Autoritarismo turco
Le conseguenze delle elezioni locali del 2024 continuano a ripercuotersi in tutta la Turchia. In quella tornata elettorale la coalizione nazionalista e islamista del presidente Recep Tayyip Erdoğan, leader del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), venne sconfitta in tutte le principali città e nella maggior parte delle 81 province turche dalle opposizioni guidate dal Partito popolare repubblicano (Chp). Da quel momento le autorità giudiziarie — ampiamente controllate da uomini vicini all'Akp — hanno dato inizio a un giro di vite sistematico e sempre più stringente, culminato il 19 marzo di quest'anno con il clamoroso arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, considerato il leader in pectore delle opposizioni e l'uomo in grado di sconfiggere Erdoğan alle presidenziali in programma per il lontano 2028.
İmamoğlu è accusato di corruzione e terrorismo e insieme a lui sono state arrestate un centinaio di persone tra sindaci di città minori, consiglieri comunali e funzionari pubblici. L'incarcerazione di İmamoğlu ha scatenato un'ondata di proteste di massa, le più grandi dal 2013, con manifestazioni ora più piccole ma che proseguono costantemente sotto la guida di Özgür Özel, leader del Chp in assenza di İmamoğlu. Anche la campagna giudiziaria non si è fermata. Nelle retate delle ultime due settimane sono state trascinate in carcere altre 137 persone: tra loro i sindaci di città importanti quali Antalya, Adana, Adiyaman e l'ex sindaco di Izmir.
Le accuse nei confronti della maggior parte degli arrestati — in particolare quelle rivolte a İmamoğlu — sono considerate del tutto pretestuose poiché si basano sulle confessioni di testimoni anonimi. Inoltre, le autorità giudiziarie non hanno ancora reso noti i dettagli dei capi di accusa mossi contro gli imputati. Nel recente passato questo tipo di procedimenti è stato usato contro diversi oppositori di Erdoğan, come l'imprenditore e filantropo Osman Kavala, arrestato nel 2017 e condannato all'ergastolo nel 2022, e il leader curdo Selahattin Demirtaş, condannato a 42 anni di carcere.
Erdoğan loda l'operato della magistratura sottolineandone l'indipendenza dal suo governo, mentre rincara la dose di accuse affermando che «ogni giorno vengono scoperti nuovi indizi di corruzione» su quella che definisce come «un'organizzazione criminale internazionale». Tra i procedimenti in corso c'è anche un caso avviato nel 2023 per presunte irregolarità nel 38esimo congresso del Chp, visto come un modo per dividere le opposizioni e delegittimare il partito fondato da Kemal Atatürk, padre della Patria e primo presidente della Turchia repubblicana. La prossima udienza, forse definitiva, è prevista per l'8 settembre e potrebbe segnare un'escalation delle proteste.
Nel frattempo ad Ankara si discute il progetto di riforma per togliere potere ai Comuni privandoli di competenze e giurisdizione, parte di una grande operazione di Erdoğan per consolidare il suo potere, probabilmente con l'obiettivo di ottenere un terzo mandato presidenziale e rimodellare gli apparati e le istituzioni turche. La stretta repressiva dell'uomo forte di Ankara procede indisturbata, senza condanne internazionali. Gli alleati occidentali della Turchia hanno bisogno della collaborazione del leader del paese che detiene il secondo esercito della Nato, visto come un baluardo all'instabilità del Medio Oriente e all'aggressività della Russia.
Anche l'economia, da anni in sofferenza a causa del deprezzamento della lira turca e dell'inflazione altissima (in calo ma ancora al 35%), sta comunque resistendo alla crisi di fiducia degli investitori stranieri.


