Caccia alla spia
Il regime di Ali Khamenei ha sempre seguito una strategia che permetteva all'Iran di posizionarsi come avversario degli Stati Uniti e nemico viscerale di Israele, senza mai entrare in guerra aperta con nessuno dei due. Dopo una serie di errori di calcolo, Teheran si è trovata a combattere il conflitto che per decenni ha cercato di evitare. La strategia “né guerra né pace” di Khamenei è tornata in tutta la sua ambiguità nell'attacco missilistico alla base militare statunitense in Qatar.
Un'operazione “telefonata” nel senso letterale del termine, poiché Teheran ha comunicato a Doha (e quindi a Washington) i dettagli per non provocare vittime, rendendola un mero gesto simbolico. Qualcosa di simile accadde nel 2020 dopo l'uccisione del generale dei Guardiani della rivoluzione Qasem Soleimani, una figura leggendaria eliminata da un drone statunitense in quel di Baghdad, peraltro su ordine di Donald Trump.
Uno smacco per Teheran, che reagì attaccando alcune basi americane in Iraq. Pochi giorni dopo si venne però a sapere che gli iraniani avevano (per vie traverse) informato Washington e la cosa si chiuse lì, senza vittime. Anche stavolta la guerra sembra finita. Lunedì sera Trump ha annunciato il «completo e totale cessate il fuoco» tra Israele e Iran. Una tregua fragile, violata martedì, ma che in qualche modo dovrebbe reggere e definire il nuovo equilibrio di ostilità tra Tel Aviv e Teheran.
Per il regime iraniano ciò significa trasferire il conflitto con Israele nella caccia alle spie sul fronte interno. Fin dalla prima ondata di attacchi israeliani del 13 giugno è emerso infatti che in Iran diverse cellule di ribelli, presumibilmente ingaggiate e addestrate tempo fa dal Mossad (il temuto servizio d'intelligence dello Stato ebraico), si sono attivate fornendo informazioni sugli obiettivi e partecipando ad alcune eliminazioni mirate di alti esponenti dei pasdaran.
Mentre nella Repubblica Islamica si diffondevano il terrore e il disordine, Teheran ha sguinzagliato i volontari della forza paramilitare Basij (uno dei cinque bracci operativi dei pasdaran) per dare la caccia a quella che potrebbe essere una vasta rete di spie e infiltrati costruita dal Mossad. La forza Basij è composta da 12 milioni di riservisti che hanno ricevuto un addestramento sommario ma sanno come menare le mani.
Si tratta di uomini per lo più giovani, civili a mano armata che fanno da occhi e orecchie del regime tra la popolazione, pronti a schierarsi nelle strade ogni volta che i pasdaran hanno bisogno di loro per ristabilire l'ordine (sono quelli che durante le proteste arrivano sulle moto e bastonano i manifestanti). Secondo fonti e media locali le persone arrestate sono centinaia, dozzine di loro sono già state condannate a morte. Tra gli arrestati ci sono molti camionisti e immigrati afghani, accusati di contrabbando per conto del nemico.
Tuttavia, l'infiltrazione israeliana è arrivata molto più in alto di così. Un'esclusiva del Washington Post ha rivelato che nelle prime ore dell'attacco il Mossad ha telefonato a una ventina di generali iraniani invitandoli a fuggire, altrimenti sarebbero stati uccisi come accaduto nelle ore precedenti ai loro colleghi.
«Siamo più vicini a lei della vena che ha sul collo. Se lo metta in testa, che Dio la protegga» dice l'agente israeliano in un audio minaccioso pubblicato sul sito della testata. Al generale viene chiesto di inviare un video in cui si dissocia dal regime e di lasciare il paese. Una storia che fa comprendere quanto sia diventato fragile l'Iran al suo interno, nonostante l'incrollabile e ostentata belligeranza verso l'esterno.


