Cambio di regime
La Casa Bianca ha deciso che saranno solo i suoi funzionari a determinare quali testate potranno seguire da vicino il presidente, interrompendo la tradizione secolare secondo la quale questo gruppo di corrispondenti veniva selezionato in modo indipendente da un'associazione di categoria. Il pool stampa della Casa Bianca è un gruppo di circa 13 persone fra giornalisti, fotografi e tecnici nominati a rotazione, che segue il presidente sempre e ovunque partecipando ai punti stampa nello Studio Ovale — col diritto di fare domande — e viaggiando con lui a bordo dell'Air Force One, fornendo notizie usate poi dai giornalisti di tutto il mondo.
La Casa Bianca ha detto che far parte del pool «è un privilegio, non un diritto» e che intende aprire questo spazio ai «nuovi media», compresi podcaster e youtuber sostenitori di Donald Trump. La decisione è senza precedenti. In passato altri presidenti si sono scontrati con alcuni giornalisti, ma nessuno ha mai fatto un passo del genere. Due settimane prima la Casa Bianca ha tolto un accredito all'Associated Press, colpevole di aver continuato a chiamare Golfo del Messico quello che Trump ha rinominato Golfo d'America.
Agire in questo modo contro una delle principali agenzie stampa del mondo era un messaggio chiaro: nessuno è intoccabile. Associated Press, Bloomberg e Reuters hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui esprimono preoccupazione per la libertà di stampa e lo stato di salute della democrazia statunitense.
Secondo il giornalista Peter Baker, corrispondente capo del New York Times ed ex inviato a Mosca negli anni Duemila, i tentativi di Trump di fare pressione sui media, regolare i conti con gli oppositori e chiedere prove di fedeltà ai magnati dell'economia gli ricordano i primi anni della presidenza di Vladimir Putin. Baker mette subito in chiaro che gli Stati Uniti non sono la Russia poiché hanno una storia di istituzioni democratiche lunga 248 anni.
Ma detto questo, rievoca quanto accaduto nel 2001 alla giornalista Elena Tregubova, corrispondente del Kommersant privata dell'accredito nel pool del Cremlino a causa di «domande sgradite al presidente». Putin si era insediato da poco e all'epoca la Federazione Russa era ancora una fragile democrazia nata dalle ceneri dell'Unione Sovietica. Quello fu l'inizio di una lunga serie di azioni finalizzate a «colpirne uno per educarne cento» irreggimentando giornalisti, politici, oligarchi, funzionari e magistrati.
Dopo la pubblicazione nel 2004 di un libro molto sgradito al Cremlino e l'esplosione di una bomba davanti alla sua abitazione, Tregubova prese la via dell'espatrio. Due anni dopo, nel 2006, la giornalista Anna Politkovskaja fu assassinata a Mosca. Baker traccia altri parallelismi fra le prime settimane di Trump e l'inizio dell'era Putin.
«I parlamentari sono stati addomesticati, i funzionari considerati sleali costretti a dimettersi, i miliardari dell'high-tech che si consideravano i padroni dell'universo adesso sgomitano per mostrargli lealtà», come gli oligarchi russi di allora a Putin. Parole dure, simili a quelle dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, che la settimana scorsa ha raccontato al Wall Street Journal di quanto all'attuale presidente piacessero i leader autoritari.
Bolton sostiene che Trump ammirava Putin perché lui non doveva confrontarsi con l'opposizione al Congresso e con i tribunali e «aveva il pieno controllo sul suo paese». Un potere che evidentemente vuole anche lui, indipendentemente dal fatto che la Costituzione degli Stati Uniti è lì per impedirglielo.


