Cina impantanata
Gli ultimi dati economici della Cina fanno dedurre che gli sforzi di Pechino per rilanciare l'economia fatichino a tradursi in risultati: un brutto segnale per il governo di Xi Jinping, che l'anno prossimo dovrà fare molto di più per stimolare la crescita del Pil. A novembre l'incremento delle vendite al dettaglio ha subìto un brusco rallentamento, un aumento di appena il 3% rispetto al 4,8% del mese precedente.
In teoria è un dato meno negativo di quello che sembra poiché a ottobre in Cina ci sono forti sconti in vista delle feste di novembre, ma è comunque un aumento troppo debole rispetto al tasso medio di crescita delle vendite registrato nel terzo trimestre dell'anno. Anche gli investimenti in costruzioni, macchinari e altri asset fissi sono diminuiti, mentre ci sono notizie più confortanti per quel che riguarda la produzione industriale, che a novembre è aumentata del 5,4% trainata come sempre dalle esportazioni.
Ma la valutazione più allarmante per Pechino è che il denaro riversato nel settore manifatturiero per sviluppare nuove industrie ad alta tecnologia — affinché compensassero il crollo degli investimenti nell'immobiliare — finora non ha sortito alcun effetto.
Da fine settembre le autorità cinesi hanno intensificato il sostegno all'economia, cercando di stimolare la crescita e calmare il malcontento della popolazione per un costo della vita che si aggrava nonostante la bassa inflazione (ormai ai limiti della deflazione). La settimana scorsa Pechino ha lasciato intendere che sta per arrivare un nuovo pacchetto di aiuti, finalizzati più esplicitamente a stimolare i consumi interni attraverso l'incremento dei prestiti e la stabilizzazione dei mercati azionari e immobiliari.
Tuttavia c'è scetticismo fra gli analisti, visto che Pechino non sembra avere intenzione di affrontare un percorso di riforme dell'assistenza sanitaria, del sistema pensionistico e di altri aspetti della rete di sicurezza sociale cinese, le cui carenze pesano sulle finanze private dei cittadini e che secondo molti esperti vanno ristrutturati per ottenere un aumento duraturo dei consumi.
In assenza di dettagli concreti sui prossimi stimoli, gli cconomisti degli istituti finanziari e delle società d'investimento si aspettano che la crescita della Repubblica popolare continuerà a rallentare anche l'anno prossimo, lasciando Pechino impreparata ad affrontare il braccio di ferro commerciale con l'amministrazione Trump. Gli analisti consultati dal Wall Street Journal sostengono che la Cina riuscirà infine a raggiungere l'obiettivo di crescita del 5% per quest'anno — dopo il 5,2% dell'anno scorso — ma l'anno prossimo sarà più difficile arrivare allo stesso risultato.
Donald Trump ha minacciato di aumentare fino al 60% i dazi sulle importazioni cinesi negli Stati Uniti e anche se in pochi si aspettano che applichi davvero una misura così estrema, sono sufficienti tariffe del 20-30% per soffocare l'export cinese, il motore della crescita su cui Pechino continua a fare affidamento vista la cronica debolezza dei consumi.
Goldman Sachs ha stimato che quest'anno le esportazioni hanno contribuito per tre quarti dell'aumento del Pil cinese, che secondo la nota banca d'affari chiuderà il 2024 con un incremento del 4,9%; mentre nel 2025 si fermerà al 4,5% a causa di una contrazione dello 0,9% delle esportazioni. Fino a dieci anni fa, prima della pandemia da Covid-19, l'economia della Cina raggiungeva facilmente tassi di crescita superiori al 7-6%.


