Conti di guerra
L’economia della Russia non sta andando bene: il Pil ha quasi smesso di crescere e le entrate energetiche sono crollate, rendendo sempre più stretto il bilancio di Mosca e costringendo il Cremlino a fare scelte difficili per portare avanti la guerra. Dopo due anni di espansione alimentata dall’incessante aumento della produzione militare-industriale e dai consumi delle famiglie dei soldati ben pagati per andare al fronte, l’economia è entrata infine nella fase di raffreddamento tanto temuta dai tecnocrati del regime russo.Rosstat riporta che nel terzo trimestre il Pil è cresciuto di appena lo 0,6% con il rischio di entrare in territorio negativo negli ultimi tre mesi dell’anno.
Il calo è veloce e marcato: nei primi due trimestri del 2025 la crescita è stata rispettivamente dell’1,4% e dell’1,1%; nel quarto trimestre del 2024 era stata invece del 3,3%. A differenza di quanto accaduto negli ultimi anni, stavolta la contrazione della produzione industriale riguarda anche gli appaltatori della Difesa, mentre la combinazione di tassi di interesse alti e bassa crescita alimenta l’accumulo dei crediti deteriorati delle banche.
In alcuni settori la crisi ha raggiunto il punto di non ritorno. Per esempio, il 74% delle compagnie del carbone è diventato non redditizio, mettendo in ginocchio un comparto che impiega centinaia di migliaia di persone. La crisi ha portato a un calo delle entrate, sia per lo Stato centrale che per i governi delle numerose entità regionali russe. La scorsa settimana il capo del servizio fiscale russo Daniil Egorov è stato ricevuto da Vladimir Putin, a cui ha spiegato che nel periodo gennaio-ottobre le entrate da gas e petrolio si sono ridotte del 21% allargando un deficit che ha già superato le previsioni.
Inizialmente il Cremlino aveva pianificato per il 2025 di riscuotere 40mila miliardi di rubli, ma a settembre ha dovuto abbassare la stima a 37mila miliardi. Per colmare il buco Mosca deve quindi trovare altri 3mila miliardi di rubli (circa 32,8 miliardi di euro). In realtà, in base alle stime di Egor Susin, economista di Gazprombank, il deficit sarà superiore, visto che a novembre e dicembre il Tesoro perderà almeno altri 300 miliardi di rubli a causa delle sanzioni statunitensi a Rosneft e Lukoil nonché del crollo dei prezzi del petrolio russo. Egorov ha tuttavia rassicurato Putin, affermando che sarà possibile reperire risorse da altri settori.
Il piano di Mosca è l’aumento dell’Iva, che da gennaio salirà dal 20 al 22%. Questa è una decisione estremamente impopolare in un Paese con un’alta inflazione, che tradisce la recente promessa di Putin di non aumentare le tasse prima del 2030.
Secondo le fonti del Financial Times, il Cremlino ha preparato una campagna mediatica per dare la colpa all’Occidente, al quale andrà attribuita tutta la responsabilità dell’aumento delle tasse, sottolineando come i governi europei non siano interessati a un accordo pacifico per porre fine alla guerra in Ucraina. L’innalzamento dell’Iva è il secondo aumento diretto delle tasse dall’inizio della guerra ed è soltanto una delle tante misure dirette e indirette che Mosca ha adottato per estrarre risorse dalla sua economia in fase di rallentamento.
Tra gli altri strumenti rientrano la riduzione dei benefici fiscali per gli autonomi e le piccole imprese, l’aumento delle imposte nel settore high-tech, nuovi dazi sulle importazioni di device tecnologici e sulle auto (peraltro tutte merci cinesi), tasse sul gioco d’azzardo e prelievi aggiuntivi sui redditi dei cosiddetti “agenti stranieri”, il termine con cui il Cremlino etichetta i critici e gli oppositori.



