Controllo cinese
Nel suo lungo negoziato commerciale con gli Stati Uniti, la Cina ha dimostrato di poter armare il controllo sulle catene di approvvigionamento globali, con una sapiente capacità di dosare le tattiche. Il caso più evidente è la restrizione dei flussi di esportazione dei minerali critici delle terre rare, che ha costretto Donald Trump a cambiare i toni e l’atteggiamento nei confronti di Pechino, fino all’accordo di tregua della scorsa settimana. Ma gli strumenti della Cina vanno oltre il controllo delle terre rare. Secondo un’analisi del Wall Street Journal ci sono in particolare altri tre settori — le batterie a ioni di litio, i chip di medio-basso livello e gli ingredienti della farmaceutica — in cui la strategia cinese può essere replicata, poiché dietro questa presa sulle supply chain globali c’è una politica industriale costruita nei decenni.
Le batterie agli ioni di litio (Li-Ion) sono quelle usate nei veicoli elettrici (Ev), nei sistemi di accumulo dell’energia e, nei formati più piccoli, nell’elettronica di consumo. Chi le controlla ha un vantaggio indiscusso nei settori degli Ev e nell’energia rinnovabile. I maggiori produttori del mondo sono le cinesi Catl e Byd Auto, ma non solo. Anche quando una Li-Ion è costruita altrove, gran parte dei materiali per fabbricarla proviene da fornitori cinesi, che hanno un controllo sul 79% dei catodi e rispettivamente sull’80% e sul 98% della grafite e del cobalto raffinati. Quest’anno Pechino ha adottato misure per rafforzare la supremazia, introducendo nuove licenze di esportazione per attrezzature, tecnologie e materiali.
Nel campo dei semiconduttori la Cina rappresenta circa un terzo della capacità produttiva dei cosiddetti chip “maturi” (di vecchia generazione), indispensabili nell’automotive, nell’elettronica, nella difesa e in cose come i sistemi fotovoltaici. Qui non c’è un dominio cinese, ma anche in questo caso in cinesi controllano i materiali. Nelle ultime settimane Pechino aveva bloccato, nel contesto dello scontro con gli Usa, l’esportazione dei chip della Nexperia (società olandese posseduta da cinesi), strozzando le catene del valore dell’automotive europeo poiché quei chip sono in gran parte prodotti in Europa ma vengono spediti in Cina per la lavorazione finale, da dove poi vengono esportati.
Infine c’è il settore farmaceutico, dove la questione diventa estremamente delicata. Negli Usa i farmaci non vengono quasi mai venduti con la dicitura “Made in China”, ma è dagli impianti cinesi che arrivano gran parte degli ingredienti, dei princìpi attivi e delle sostanze chimiche per produrli (per esempio il paracetamolo, l’ibuprofene e gli ingredienti per gli antibiotici). Inoltre gli Usa comprano molti farmaci dall’Europa, da aziende che si riforniscono dall’India, che a sua volta è però un discreto importatore di ingredienti prodotti dalla Cina, soprattutto per i farmaci generici. Pechino è consapevole del rischio di usare le medicine come strumento di coercizione, pertanto non ha minacciato quasi mai di intervenire su questa filiera.
Tuttavia non serve tanta memoria per ricordare il modo in cui la Cina ha evidenziato il suo ruolo nel settore all’inizio della pandemia da Covid-19, quando il mondo affrontava carenze di farmaci e dispositivi di protezione individuale a causa del blocco dei porti cinesi durante i primi lockdown. In un saggio del 2020, nel pieno dei primi lockdown, Xi Jinping scrisse che il controllo delle supply chain «non dovrebbe mai essere usato come un’arma», ma poche righe dopo aggiungeva che «il governo deve rafforzare la dipendenza delle filiere globali dal nostro Paese, per scoraggiare gli altri dal danneggiare la Cina».


