Crisi nel Guangdong
La guerra commerciale con gli Stati Uniti minaccia il modello di sviluppo del Guangdong, la provincia cinese da 127 milioni di abitanti con l'economia più grande della Repubblica popolare, la prima dei tre principali motori di crescita del paese, che oggi ha da sola un Pil superiore a quello della Corea del Sud o della Spagna. Situata nella parte più meridionale della Cina costiera, il Guangdong è la regione della zona economica del delta del Fiume delle Perle, la megalopoli che fa perno su città quali Guangzhou (o Canton), Shenzhen, Zhuhai e altre, più le città autonome di Hong Kong e Macao che a livello amministrativo (e di calcolo del Pil) non fanno parte della provincia.
In questa regione la guerra commerciale con Washington si combatte da tempo, molto prima della rielezione di Donald Trump. Negli ultimi anni le delocalizzazioni delle imprese cinesi dalla madrepatria ai paesi del Sud-Est asiatico — per ridurre i costi e per sfuggire all'attenzione di Washington — hanno causato la chiusura di molte fabbriche, specialmente quelle dei beni a basso costo, riducendo il volume d'affari di tutto l'indotto e delle piccole attività locali. Lo scorso anno il Pil del Guangdong è cresciuto solo del 3,5%, mancando per il terzo anno consecutivo gli obiettivi del governo della Provincia, con un dato ben al di sotto del 5% di crescita a livello nazionale.
A distinguersi è stata solo Shenzhen — il polo dell'high-tech considerato la Silicon Valley cinese — che come di consueto ha avuto una performance superiore alla media nazionale (in questa città c'è il quartier generale di società come il colosso dell'automotive elettrico Byd). Guangzhou, la capitale della provincia, è cresciuta solo del 2,1%, mentre la vicina Foshan, nota per la produzione di mobili ed elettrodomestici, si è fermata all'1,3%. Altre città hanno addirittura sfiorato la recessione, con crescite stagnanti inferiori al mezzo punto percentuale.
La megalopoli era quindi già in sofferenza, anche perché qui hanno sede alcuni dei grandi sviluppatori immobiliari della Cina travolti dalla crisi del settore, tra cui le iper-indebitate Country Garden, Evergrande, Kaisa e Vanke.
Tuttavia, nonostante il ritorno di Trump alla Casa Bianca fosse considerato uno degli scenari plausibili, l'entità dei nuovi dazi ha sorpreso le imprese e i governi locali, in una maniera che sta superando le peggiori aspettative. La cancellazione da parte americana delle esenzioni tariffarie e fiscali per le spedizioni dalla Cina di singoli pacchi di poco valore (fino a 800 dollari), il cosiddetto regime “de minimis”, ha colpito in modo sproporzionata il Guangdong, dato che molti fornitori delle note piattaforme di e-commerce Temu e Shein (i principali fruitori della scappatoia) producono nella provincia. L'abolizione del regime doganale de minimis è una misura che viene discussa anche nell'Unione europea, dove tuttavia la soglia di tolleranza sul singolo pacco si ferma a 150 euro.
Il rallentamento nel Guangdong ha implicazioni su tutta la Repubblica popolare, poiché si tratta della provincia che fornisce la maggior quantità di entrate fiscali al governo centrale, che da sola contribuisce a circa il 10% del Pil cinese. Mentre Washington e Pechino portano avanti i negoziati sul commercio tra una proroga e l'altra, nel delta del Fiume delle Perle nessuno sottovaluta le conseguenze dell'incertezza provocata dai dazi e dalle barriere non tariffarie. Con un volume di esportazioni da 821 miliardi di dollari (dato del 2024), le imprese del Guangdong sono al centro della guerra commerciale tra la prima e la seconda economia del mondo.



