Debitori di Pechino
Nell'ultimo decennio la Cina è diventata il più grande fornitore globale di prestiti bilaterali, erogati in gran parte nell'ambito dei progetti della Belt and Road Initiative (Bri), o Nuova via della Seta, il mega piano strategico voluto da Xi Jinping per collegare l'Eurasia e gran parte del resto del mondo alla Repubblica Popolare costruendo infrastrutture terrestri e portuali. Secondo un rapporto pubblicato a fine maggio dal centro studi australiano Lowy Institute, nel corso di quest'anno i rimborsi dei debiti dovuti a Pechino dai paesi in via di sviluppo ammonteranno a 35 miliardi di dollari.
Di questi, 22 miliardi pendono sul capo di 75 nazioni classificate come povere o vulnerabili, costringendo i governi che si sono indebitati a risparmiare su sanità, istruzione e interventi necessari a mitigare i cambiamenti climatici. I prestiti legati alla Bri — erogati a partire dal 2013 — si concentrano su progetti infrastrutturali quali centrali elettriche, strade, ponti, ferrovie e porti in paesi che fanno fatica a ottenere il sostegno delle istituzioni finanziarie occidentali, che per avviare un certo tipo di programmi chiedono riforme economiche e a volte anche politiche, necessarie a rendere sostenibili tali investimenti.
Da questo punto di vista Pechino è invece molto più “flessibile”e disinvolta. Nel solo 2016 le istituzioni cinesi hanno erogato prestiti per 50 miliardi di dollari: più di tutti i creditori occidentali messi insieme. Il risultato è che per questi paesi la Cina è passata dall'essere un comodo fornitore di capitale a una pesante fonte di drenaggio finanziario, poiché i costi di servizio del debito dei progetti della Bri — spesso rivelatisi deludenti nel generare crescita economica ed entrate — superano di gran lunga l'erogazione di nuovi prestiti.
«Per il resto del decennio, per il mondo in via di sviluppo Pechino sarà più un esattore che un banchiere» scrive Riley Duke, l'autore del rapporto. Questi crediti sono un problema anche per Pechino, che negli ultimi anni ha ridotto l'entità dei suoi prestiti globali. La Cina sta concentrando gli sforzi sui partner strategici dell'estero vicino, erogando nuovi prestiti a Laos, Pakistan, Mongolia, Myanmar, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Ha inoltre finanziato i paesi esportatori di minerali e terre rare quali Argentina, Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo.
Poi ci sono anche delle vere e proprie transazioni diplomatiche: è il caso di Honduras, Burkina Faso e Isole Salomone, che hanno ricevuto nuovi finanziamenti dopo aver rinunciato al riconoscimento di Taiwan e interrotto le relazioni che avevano con Taipei. L'elevato onere del debito che grava sui paesi in via di sviluppo ostacolerà la lotta alla povertà mondiale, alimentando al contempo i rischi di instabilità economica e politica.
Più della metà dei paesi poveri e vulnerabili sono ora classificati dal Fondo monetario internazionale come ad “alto rischio di sofferenza debitoria” o già “in sofferenza”. Nel frattempo la riduzione della povertà globale ha rallentato costantemente, fino quasi a fermarsi nel 2019.
Secondo il Lowy Institute, un tale livello di indebitamento e dipendenza dai nuovi prestiti può essere usato da Pechino come una vera e propria arma geopolitica, soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti hanno tagliato drasticamente gli aiuti allo sviluppo. Resta da vedere tuttavia in che modo la trasformazione della Cina in principale esattore del debito inciderà sulla sua reputazione di partner per lo sviluppo e sul suo messaggio di cooperazione tra paesi del cosiddetto Sud globale.


