Democratici nel deserto
A volte è una domanda retorica, altre volte meno, ma da quando Donald Trump è tornato al comando degli Stati Uniti sono in tanti all'estero a chiedersi che cosa stia facendo il Partito Democratico americano per contrastarlo, vista la portata distruttiva e autoritaria anche sul fronte interno dei suoi ordini esecutivi. Dopo l'insediamento ufficiale del nuovo presidente il 20 gennaio (appena due mesi fa), i democratici statunitensi sembrano completamente scomparsi, come se a Washington non esistesse più alcuna opposizione.
Il contrasto all'amministrazione Trump attualmente arriva principalmente dai giudici e dalle iniziative dal basso, non dal partito che rappresenta l'altra metà del Congresso. Dalla débâcle di novembre i democratici statunitensi non hanno ancora fatto una vera analisi della sconfitta né tantomeno elaborato un programma o visto emergere una leadership che indichi la direzione da seguire. Nel frattempo la loro popolarità è crollata. In base all'ultimo sondaggio della Nbc soltanto il 27% degli elettori registrati ha «opinioni positive» sul partito, una consultazione simile della Cnn ha rilevato il 29% di apprezzamento. In entrambi i casi sono i dati peggiori dal 1990.
Fra i democratici ci sono visioni molto diverse sulla strategia da adottare: alcuni vogliono opporsi in modo radicale contestando fermamente ogni singolo punto dell'agenda Trump, altri pensano che sia meglio adottare una posizione attendista, confidando nell'idea che saranno i disastri provocati dai repubblicani a far crescere il consenso per i democratici.
La corrente degli ottimisti sostiene che la sconfitta non sia indice di una crisi strutturale ma il risultato di scelte sbagliate specifiche e circoscritte, come quella di insistere fino all'ultimo sulla candidatura di Joe Biden nonostante i problemi legati alla sua età. Secondo loro la strategia migliore è aspettare di recuperare la maggioranza almeno alla Camera nelle elezioni di metà mandato di novembre 2026 (come succede solitamente al partito d'opposizione), lasciando che la leadership democratica venga decisa nelle primarie per le presidenziali del 2028.
I pessimisti pensano al contrario che sia necessario affrontare le conseguenze di quella che è stata soprattutto una disfatta culturale su tutta la linea, che ha lasciato l'elettorato democratico profondamente demoralizzato, lontano e disallineato dal resto dell'opinione pubblica statunitense.
Attualmente gli unici leader democratici che radunano grandi folle – decine di migliaia di persone in diverse città con il “Fighting Oligarchy Tour” – sono l'83enne Bernie Sanders e la sua erede politica Alexandria Ocasio-Cortez, ma soltanto perché loro due rappresentano da sempre l'ala più movimentista, quella che divide invece di unire. Sanders è inoltre un indipendente che invita i politici progressisti a farsi eleggere senza il Partito democratico, come fa egli stesso da decenni nel Vermont. È pertanto una parte del problema, non della soluzione.
Di fronte alla crisi di un partito incapace di trovare una direzione, l'ex presidente Biden e sua moglie Jill si sono detti pronti a tornare in campo partecipando a eventi di raccolta fondi, incontrando però freddezza. A quanto pare le ferite del 2024 sono ancora aperte. «Al momento opportuno Biden potrebbe essere una risorsa facendo campagna in alcuni distretti selezionati, come nella sua città natale in Pennsylvania, ma non ora» ha commentato Alan Kessler, avvocato di Filadelfia e fundraiser di lunga data dei democratici. «È tempo di guardare avanti con una leadership nuova».


