Diplomazia parallela
Mentre le relazioni tra Stati Uniti e Cina oscillano fra escalation e distensione, alcuni governi degli Stati americani portano avanti la propria diplomazia per garantirsi l’accesso al secondo mercato più grande del mondo, cercando nei limiti del possibile di proteggere imprese e posti di lavoro dal protezionismo della Casa Bianca. Spinti dalla paura di vedere crollare definitivamente le esportazioni in Cina dal proprio Stato, nelle ultime settimane delegazioni dei governi di Washington e Oregon si sono recate nella Repubblica Popolare per incontrare funzionari cinesi, con l’ottimismo di chi spera che le tensioni sino-statunitensi possano essere superate.
«Quando le acque si saranno calmate, cosa che credo succederà, aver coltivato in anticipo le nostre partnership renderà molto più facile il rilancio» ha detto a Bloomberg Joe Nguyen, direttore del Dipartimento del Commercio dello Stato di Washington. Nguyen ha rilasciato l’intervista lo scorso giovedì, mentre era a Shanghai per un expo delle imprese importatrici cinesi dove ha incontrato imprenditori e funzionari dei governi locali. Lo Stato di Washington è un hub produttivo chiave della Boeing, che in Cina esporta massicciamente aerei e componenti.
A inizio ottobre Donald Trump aveva minacciato Pechino di imporre controlli sulle esportazioni della Boeing, che avrebbero danneggiato l’economia locale. Negli stessi giorni il presidente del Senato dell’Oregon, Rob Wagner, ha guidato una delegazione in un tour in dieci città della Cina, una missione conclusasi con l’incontro del 21 ottobre tra Wagner e il vice presidente cinese Han Zheng. Gli Stati di Washington e Oregon affacciano entrambi sulla costa del Pacifico, confinano tra loro e sono governati da democratici.
L’apertura verso Pechino non è la stessa ovunque, altri Stati hanno infatti applicato sugli investimenti cinesi delle politiche più restrittive di quelle della Casa Bianca. A fare la differenza è quanto si beneficia dagli scambi bilaterali (non solo dall’export) e quanto invece si soffre la concorrenza cinese. La Cina è infatti il secondo mercato di esportazione dello Stato di Washington — con i settori dell’aerospaziale e dell’agricoltura in cima alla lista — e il secondo dell’Oregon.
Secondo lo US-China Business Council (Uscbc), organizzazione no profit nata nel 1973 per favorire il commercio sino-statunitense, almeno un milione di posti di lavoro americani dipendono dalle esportazioni in Cina. Il presidente dello Uscbc, Sean B. Stein, ha detto che dopo l’accordo fra Trump e Xi Jinping le relazioni tra imprese stanno migliorando, ma alcuni governatori sono «molto nervosi» poiché temono nuove tensioni e ricadute economiche allo scadere della tregua di un anno, se non prima.
Oltre ai chip di ultima generazione prodotti da colossi come Nvidia, nel 2024 le principali esportazioni Usa in Cina includevano macchinari elettrici, mezzi e componenti aerospaziali e dell’automotive, semi oleosi, soia, cereali e altri prodotti agricoli nonché carbone, gas e petrolio. Poi ci sono i servizi, in settori quali istruzione, commercio, finanza e proprietà intellettuale. I dati del 2025 hanno mostrato un brusco calo delle esportazioni di parti di aeromobili, vaccini e oro, ma ciò nonostante la Cina rimane per gli Usa il terzo mercato di esportazione di beni e il sesto per la fornitura di servizi.
«Una volta che perdi dei partner commerciali a causa di problemi geopolitici, non è facile riportarli indietro» ha commentato Nguyen prima di tornare in patria dopo l’expo a Shanghai. «Ecco perché penso che per noi sia importante muoversi in autonomia per mantenere quei legami».



