Giovani turchi
La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan è una nazione piena di giovani, un Paese con un’età mediana di 34 anni su una popolazione di 85 milioni: un dato che fa impallidire la maggior parte dei Paesi occidentali, dove in generale l’età mediana si avvicina ai 45 anni (in Italia arriva a 49 anni). Il problema è che Ankara non sembra essere in grado di coltivare l’energia e il talento di tutti questi giovani. Nelle ultime settimane una serie di rilevazioni statistiche ha messo in evidenza il declino dell’istruzione superiore turca e, di conseguenza, della capacità professionale di un’intera generazione.
Gli ultimi rapporti di Eurostat e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (Ocse) hanno tracciato un quadro cupo per Ankara. Attualmente in Turchia il 32% dei giovani tra i 18 e i 24 anni non è occupato né iscritto all’università o ad altri percorsi formativi (scuole professionali e simili), il che significa che se lavora lo fa in nero senza aver conseguito qualifiche e competenze di medio o alto livello (la media dell’Ocse è il 12,8%). Il divario fra uomini e donne è drammatico: il 42% delle ragazze turche non partecipa a percorsi formativi di qualsiasi tipo.
Secondo le compilazioni di Eurostat la Turchia è all’ultimo posto tra le 33 economie europee dell’Ocse per tasso di occupazione dei neolaureati, con soltanto il 63,5% di essi impiegati. Il dato davvero sorprendente è poi che la Turchia è l’unico caso in cui il tasso di disoccupazione dei laureati è più alto rispetto alla disoccupazione generale. L’anomalia statistica è stata spiegata in parte dal centro di ricerca turco Tedmem, che sostiene si tratti di una conseguenza degli squilibri strutturali fra il sistema educativo e quello economico.
Alla rapida espansione dell’istruzione universitaria negli ultimi anni non ha corrisposto un miglioramento della qualità accademica: si è così creato uno scollamento tra le competenze dei laureati e le esigenze del mercato del lavoro. Il divario è particolarmente marcato nei settori scientifici, tecnologici, matematici e ingegneristici, dove la quantità di laureati turchi e la qualità della loro formazione sono relativamente basse. A tutto ciò si aggiunge la riduzione della spesa per l’istruzione di ogni ordine e grado, con una quota sul bilancio dello Stato passata dal 12,9% del 2018 al poco più del 10% degli ultimi anni.
Ankara spende per studente meno della metà della media Ocse, sia nell’istruzione primaria e secondaria che in quella superiore. Alle cifre allarmanti si aggiungono alcuni casi di cronaca che rivelano un tragico spaccato di miseria e sfruttamento del lavoro minorile. Nella notte dello scorso 11 ottobre un adolescente di 16 anni, Mustafa Eti, è rimasto ferito nell’esplosione di un bidone che aveva acceso per scaldarsi mentre lavorava in una fabbrica di mattoni. La sua morte, avvenuta dieci giorni dopo, è stata riportata dal sito indipendente “Bianet”.
Il giovane aveva interrotto gli studi dopo la seconda media e si era recato in una città vicino a Istanbul per trovare un lavoro e mandare soldi alla famiglia di provenienza, nella parte orientale del Paese. In base ai dati dell’Occupational Health and Safety Council (İsiğ), nel 2025 in Turchia hanno già perso la vita almeno 68 minorenni lavoratori. Nel suo rapporto l’İsiğ ha ricordato che l’anno scorso la percentuale di ragazzi tra i 15 e i 17 anni che lavorano è salita al 25% (cinque anni fa era il 16%). Si tratta di un milione di persone che tuttavia potrebbero essere quasi il doppio, visto che questi sono i dati ufficiali che non tengono conto del vasto mondo del sommerso.


