Gulag digitale
Quando un governo autoritario decide di aggredire senza motivo un'altra nazione, chi vive in quel paese deve prepararsi a essere invaso a sua volta dall'autorità del proprio governo. Da lunedì in Russia è in vigore una legge che punisce con multe chi cerca online materiale considerato “estremista”: una definizione ampia e arbitraria che permette al Cremlino di intensificare i controlli nei confronti dei russi che non si adeguano alla visione del mondo imposta dal regime. Rientrano nella definizione oltre cinquemila tra libri, film, opere d'arte, organizzazioni di vario genere — come la fondazione di Aleksej Navalny — e altri contenuti, compreso tutto ciò che è legato alla “propaganda Lgbtq”.
A essere punito è anche l'uso delle Vpn non autorizzate dalla Roskomnadzor (l'autorità russa che controlla le telecomunicazioni). Le Vpn sono servizi acquistabili online che permettono all'utente di accedere a Internet attraverso una rete virtuale privata e crittografata, che consente (in teoria) di nascondere sia il luogo da cui ci si connette che l'indirizzo Ip del proprio dispositivo, rendendo la navigazione sicura e anonima. In Russia questi servizi sono molto diffusi perché le persone sono abituate a diffidare e proteggersi da uno Stato che, anche prima dell'invasione su vasta scala dell'Ucraina, sfruttava i dati e le cronologie di navigazione per punire i cittadini.
Allo stesso tempo, però, l'uso delle Vpn era tollerato per garantire ai russi una valvola di sfogo, almeno finché non diventava un mezzo per dedicarsi all'opposizione a Putin. Ecco perché l'uso di alcune Vpn — a cui evidentemente la Roskomnadzor può accedere — viene autorizzato. Le multe sono alte: si va dall'equivalente di 50 a 840 euro per gli individui fino a oltre 5000 euro per le aziende, ma a fare la differenza in questo caso sono la pervasività e il potere coercitivo dei controlli. Le nuove leggi si aggiungono a una lunga lista di misure restrittive applicate gradualmente dall'inizio della guerra e molte altre ne arriveranno.
I deputati della Duma (il simulacro di parlamento russo) hanno trascorso l'estate a discutere e approvare una sfilza di leggi che danno più poteri alla Roskomnadzor, con l'obiettivo di ridisegnare lo spazio online della Russia fino a renderlo una sorta di Gulag digitale. Per esempio, nel 2024 è stato oscurato l'accesso a 81 siti europei di notizie ed è stata bloccata la possibilità di fare telefonate con WhatsApp e Telegram (usate da decine di milioni di russi). Riguardo alle applicazioni di messaggistica, tra le misure in vigore da lunedì ce n'è una che prevede che su ogni nuovo smartphone venduto in Russia dovrà essere preinstallata Max, un'applicazione di messaggistica russa (il proprietario è un amico di Putin) integrata con le autorità statali.
Lo sviluppo di Max procede a rilento, la versione attuale non è ancora del tutto funzionante, ma nel frattempo Mosca prepara gli strumenti per boicottare WhatsApp e Telegram attraverso riduzioni mirate di banda, le stesse limitazioni usate per rallentare YouTube. Le autorità prendono tempo, per adesso non si azzardano a bloccare l'accesso a WhatsApp, Telegram e anche Instagram, ma l'idea è farle sparire del tutto in favore di Max, che il Cremlino vuole trasformare nella piattaforma che i russi useranno per ogni cosa – dai pagamenti all'accesso ai servizi pubblici – probabilmente in modo simile a quello che avviene in Cina con l'efficientissima WeChat.
Dal punto di vista tecnologico è un obiettivo lontano, pero ora, ma pienamente alla portata di un regime che vuole trasformare la Russia in uno spazio totalitario chiuso e strettamente controllato.


