I conti di Mosca
Di fronte all'incertezza economica globale e al calo dei prezzi del petrolio più marcato dagli anni della pandemia, la Russia si prepara a ridurre la spesa pubblica. In base a quanto proposto dal ministro delle Finanze Anton Siluanov, economista tecnocrate dell'ala dei “liberali” del regime (come la governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina), è probabile che lo strumento per tenere sotto controllo il bilancio russo sarà la riduzione del prezzo cut-off del petrolio.
La soglia in questione è il prezzo del barile del greggio degli Urali, usata dal Cremlino per determinare quanto denaro vada accantonato nel Fondo sovrano nazionale — il Russian National Wealth Fund (Rnwf) — e quanto invece vada prelevato per tenere il bilancio in equilibrio. Introdotto negli anni Duemila per mitigare l'impatto delle fluttuazioni dei prezzi del petrolio, questo meccanismo è una componente chiave della politica fiscale del Cremlino.
Come spiegato dagli economisti russi espatriati di The Bell, il sistema prevede che quando i prezzi del greggio degli Urali superano la soglia fissata dal governo nella legge di bilancio annuale, le entrate in eccesso derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas vengono accantonate nel Fondo sovrano. Quando invece i prezzi sono più bassi, le risorse del Fondo (valuta estera e oro) vengono convertite in rubli e prelevate per colmare la carenza delle entrate energetiche.
In generale Mosca ha sempre potuto permettersi una politica volta ad accumulare risorse nel suo prezioso Rnwf. Nel 2017 la soglia è stata fissata a 40 dollari al barile, con un'indicizzazione del 2% all'anno. Dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina del 2022 il Cremlino ha tuttavia dovuto abbandonare la regola, poiché il costo finanziario della guerra e delle sanzioni occidentali imponeva di attingere a tutte le entrate petrolifere possibili.
Inoltre, cosa vietata in precedenza, il Fondo è stato usato sistematicamente per coprire i deficit complessivi di bilancio. Infine, nel 2024 la regola è stata reintrodotta con una soglia di 60 dollari al barile. Con questa cifra Mosca si è dotata di un livello di spesa nettamente superiore al periodo prebellico. Ora Siluanov chiede una riduzione del prezzo cut-off a 50 dollari e il ritorno a una politica di bilancio conservativa, per «assicurarsi di poter coprire le spese del governo per i prossimi tre anni anche in presenza di una situazione negativa (prezzi globali bassi, ndr.) sul mercato petrolifero».
Attualmente il greggio russo viene infatti venduto a circa 50 dollari al barile, mentre il bilancio del 2025 si basa sul prezzo irrealistico di 69,7 dollari. In teoria la Russia può continuare a colmare i deficit prelevando denaro — per lo più yuan cinesi — dal Fondo sovrano, ma né il governo né la Banca centrale vogliono saccheggiare queste risorse con prelievi sistematici, dato che serviranno a compensare le possibili future carenze di entrate da petrolio e gas.
La soglia proposta da Siluanov comporta una riduzione delle entrate pari allo 0,8% del Pil russo e di conseguenza alcuni tagli alla spesa pubblica, che dal 2022 è l'unico vero motore di crescita dell'economia russa. È improbabile che l'ottimizzazione del bilancio intacchi il livello di spesa militare (destinata a restare alta anche nel caso di un'eventuale tregua), ma ciò richiede sacrifici e tagli in altri settori, che si inseriranno nel generale raffreddamento dell'economia, dove continua a delinearsi uno scenario di bassa crescita e alta inflazione, già evidente nel settore manifatturiero civile.


