Il dilemma di Riyadh
Di fronte a un ordine internazionale sempre più mutevole, l'Arabia Saudita continua a tenere in sospeso la decisione se aderire o meno ai Brics, il gruppo che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica recenemente allargatosi a Egitto, Etiopia, Iran, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti. La questione è molto delicata per Riyadh poiché si tratta di trovare un equilibrio tra il pressante corteggiamento dei fondatori dei Brics e le relazioni con gli Stati Uniti, che restano il partner strategico privilegiato.
L'Arabia Saudita ha ricevuto l'invito a entrare nel gruppo nel 2023 e da allora ha partecipato alla maggior parte delle riunioni, compresa quella della scorsa settimana a Rio de Janeiro. Non c'è stata però nessuna adesione formale, nonostante il sito web della presidenza brasiliana inserisca l'Arabia Saudita tra i membri a pieno titolo dei Brics. L'ambivalenza di Riyadh fa parte del tentativo di restare neutrale tra la Cina, il suo maggiore acquirente di petrolio, e gli Stati Uniti, con cui sta negoziando accordi ad ampio spettro sul nucleare civile e sugli investimenti nell'alta tecnologia.
La prossima settimana Donald Trump sarà in visita nel Regno e il leader saudita Mohammed bin Salman sembra vicino a dare una svolta a diversi dossier, convincendo l'inquilino della Casa Bianca a slegare i negoziati sul nucleare dal riconoscimento dello Stato di Israele.
Tuttavia, mentre Riyadh favorisce le relazioni con Washington, cerca al contempo di costruire rapporti più profondi con Pechino, che oltre a essere il maggior importatore del suo petrolio è diventato anche il suo principale partner commerciale. A febbraio l'Arabia Saudita ha esportato in Cina merci per 4 miliardi di dollari, un aumento del 20,6% rispetto all'anno precedente. Negli ultimi cinque anni l'interscambio tra i due paesi è cresciuto a un tasso annualizzato del 50,3%.
Secondo il China Global Investment Tracker, tra il 2004 e il 2024 il valore totale dei contratti di investimento e costruzione cinesi nel Regno della Casa di Saud ha superato i 70 miliardi di dollari. Sono dati che evidenziano il crescente ruolo cinese nella diversificazione dell'economia saudita, l'obiettivo centrale della visione di Bin Salman. Allo stesso tempo, per realizzare tale disegno è però fondamentale l'alleanza con gli Stati Uniti, non soltanto nel campo della sicurezza ma anche nello sviluppo tecnologico e negli investimenti.
Trump e Bin Salman sono pronti a discutere accordi per centinaia di miliardi di dollari, che includono un pacchetto da 100 miliardi in forniture militari statunitensi e l'impegno saudita a investire negli Stati Uniti almeno 600 miliardi (una cifra che Trump vuole 'arrotondare' a 1.000 miliardi).
A rendere importante l'Arabia Saudita per i Brics è il desiderio — di Cina e Russia — di promuovere la “de-dollarizzazione” dell'economia globale. Riyadh ha storicamente legato al dollaro il commercio dei suoi barili di greggio e non ha mai smesso di farlo, nemmeno adesso che la principale destinazione delle sue esportazioni petrolifere è diventata l'Asia. L'ingresso nei Brics getterebbe le basi per aumentare l'accettazione saudita di valute alternative quali lo yuan cinese e la rupia indiana, indebolendo il ruolo del dollaro.
Ma questa è una linea rossa per Washington, come riaffermato da Trump a gennaio, pochi giorni dopo l'insediamento. Secondo gli analisti, Riyadh continuerà a muoversi su tutti i tavoli fino a quando sarà possibile farlo, con l'idea di ottenere il massimo dal rapporto con gli Stati Uniti e rimandando il più a lungo possibile la decisione finale sull'adesione ai Brics.


