Il petrolio non manca
Il mercato petrolifero è in allerta per la guerra tra Israele e Iran, ma senza andare nel panico. Gli ultimi tre anni di conflitto in Ucraina e l'alta tensione in Medio Oriente hanno insegnato ai trader del petrolio che essere ottimisti sulla stabilità delle forniture è una scelta che paga, data la vasta quantità di offerta disponibile e potenziale sul mercato. La situazione attuale è più preoccupante rispetto alle crisi Israele-Iran di aprile e ottobre dello scorso anno, le immagini che arrivano da Tel Aviv e Teheran mettono a dura prova la freddezza dei trader.
Ma finora non c'è stato alcun impatto sulle forniture e, paradossalmente, gli attacchi hanno scosso un mercato che soffriva la pressione ribassista sui prezzi provocata dall'incombente surplus di offerta. Fra l'Arabia Saudita che ha imposto al cartello dell'Opec+ l'aumento della produzione e la vasta quantità di barili da altri paesi (come Brasile e Guyana), a cui va aggiunto il rallentamento della domanda globale causato dalla guerra commerciale lanciata da Donald Trump, il problema non è la mancanza di petrolio ma esattamente il contrario.
Inoltre, più diventa grave l'allarme geopolitico, più diventano negative le prospettive per l'economia globale, raffreddando la domanda di greggio. Il turco Fatih Birol, capo dell'Agenzia internazionale per l'energia (Iea), a poche ore dall'inizio degli attacchi ha detto che «i mercati sono ben forniti», sottolineando che in caso di necessità l'Iea è «pronta ad agire» sbloccando fino a 1,2 miliardi di barili del suo sistema di scorte d'emergenza, a cui si unirebbero quelle statunitensi.
Nella giornata di venerdì il primo ciclo di attacchi reciproci tra Israele e Iran ha scatenato un rally sui prezzi con un aumento del Brent dai 69 ai 75 dollari al barile, sceso a circa 73 dollari nella giornata di lunedì e risalito a 74 martedì. Sono i valori più alti da aprile, che hanno invertito il trend ribassista. Per avere un termine di paragone, nel 2024 il prezzo medio è stato di 80,5 dollari, l'anno precedente di 82,5. Se le quotazioni dovessero attestarsi tra i 73-79 dollari delle previsioni a breve termine, per le compagnie statunitensi tornerà profittevole tenere la costosa produzione di shale oil ai livelli record degli ultimi anni.
Tuttavia, anche se molti credono che il mercato del greggio possa uscire illeso dalla crisi mediorientale, l'incognita maggiore è la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, la rotta da cui passa circa il 25% del petrolio e il 20% del gas trasportati via mare. La maggior parte degli analisti ritiene tale scenario improbabile, poiché per l'Iran sarebbe una mossa della disperazione che oltre a innescare una risposta durissima degli Stati Uniti danneggerebbe soprattutto le forniture destinate all'Asia, a partire dalla Cina, il principale (praticamente l'unico) acquirente del greggio iraniano.
Ciò nonostante, alcuni operatori di petroliere hanno per ora messo in pausa la vendita di nuovi slot di noleggio per la rotta del Golfo Persico.
Secondo le ipotesi di scenario di Bloomberg, un blocco dello Stretto di Hormuz farebbe schizzare il prezzo sopra i 130 dollari al barile. Altri scenari includono la possibilità di attacchi di Israele alle infrastrutture petrolifere iraniane destinate alle esportazioni o nuove sanzioni a Teheran in caso di uscita dal trattato di non proliferazione nucleare, che renderebbero quasi impossibile per la Cina continuare a comprare barili iraniani. In quel caso Russia, Arabia Saudita e altri paesi del Medio Oriente correrebbero a riempire il vuoto di offerta lasciato dall'Iran.



