Il sabotatore interno
Gli Stati Uniti continuano a fare pressione sull'Ucraina affinché accetti di negoziare una tregua parziale con la Russia, che sembra tanto il preludio di un'uscita di scena di Volodymyr Zelensky per favorire la firma di un accordo di pace basato sui desiderata di Mosca. Nei confronti del Cremlino la Casa Bianca non sta infatti applicando nessuna pressione e, al contrario, prepara una serie di gesti distensivi che sfiorano il sabotaggio nei confronti degli alleati.
Secondo le fonti di Bloomberg, gli Stati Uniti hanno respinto — affossandola sul nascere — la proposta del Canada di istituire una task-force del G7 per contrastare le attività della “flotta ombra” di petroliere usate da Mosca per aggirare le sanzioni sul suo greggio. L'argomento doveva essere discusso nel vertice dei ministri degli Esteri dei sette grandi in programma la settimana prossima a Charlevoix, nel Québec.
Un altro regalo dell'amministrazione di Donald Trump al Cremlino, che in questi tre anni di guerra ha trovato nell'applicazione troppo leggera delle sanzioni lo spazio d'azione che gli ha permesso di continuare a nutrire la sua macchina bellica. Ma non solo. I diplomatici statunitensi stanno premendo per rimuovere dal comunicato congiunto dei ministri del G7 la parola «sanzioni», nonché il riferimento alla «capacità della Russia di finanziare la guerra», da sostituire con un più neutro «capacità di guadagnare entrate».
Non sarebbe neanche la prima volta. Il mese scorso i sette hanno dovuto rinunciare al comunicato congiunto per il terzo anniversario dell'invasione dell'Ucraina, sabotato dal rifiuto degli Stati Uniti di mettere nero su bianco la condanna per le azioni della Russia (al contrario di quanto fatto nei due anni precedenti).
Come se non bastasse, in base a quanto appreso dalla Reuters e da Bloomberg la Casa Bianca sta considerando di alleggerire il price cap sul petrolio russo e rimuovere le sanzioni ad alcuni oligarchi, funzionari e politici russi come gesto di distensione da attuare nel caso si raggiunga un accordo all'incontro di Trump con Vladimir Putin.
Il price cap sul petrolio russo è una delle misure più importanti e sofisticate dello schema sanzionatorio, poiché ha lo scopo di limitare gli introiti del commercio petrolifero russo — la principale fonte di entrate per Mosca —senza provocare uno choc sull'offerta globale di greggio. La misura, in vigore da dicembre 2022, prevede che agli operatori che trasportano greggio russo venduto a un prezzo superiore ai 60 dollari al barile venga negato l'accesso ai servizi assicurativi occidentali, dominanti nel settore.
Da allora la Russia ha ampiamente aggirato il price cap radunando una flotta di petroliere che opera nella zona grigia delle leggi della navigazione, ma a causa di queste sanzioni il petrolio russo viene comunque venduto a prezzi nettamente più bassi rispetto alle quotazioni di mercato. Mosca di recente ha subito ulteriori perdite a causa delle “sanzioni d'addio” di Joe Biden, un pacchetto di misure imposte il 10 gennaio su navi e trader petroliferi legati al commercio di greggio russo, in particolare in India e Cina.
Finora gli Stati Uniti hanno detto che alla Russia non sarebbe stato concesso nessun sollievo dalle sanzioni prima della firma di un accordo formale. Tuttavia, dopo lo scontro con Zelensky alla Casa Bianca l'amministrazione Trump ha sospeso gli aiuti militari all'Ucraina e bloccato la condivisione di informazioni militari con Kyiv. Una decisione che ha provocato molte vittime e dato un chiaro vantaggio alle Forze armate di Mosca.


