Immigrazione zero
Quella degli Stati Uniti è una grande storia di immigrazione, anche e soprattutto in tempi recenti. Dall’inizio degli anni Cinquanta in America sono arrivate ogni anno più persone di quante se ne andavano o morivano, con una popolazione che in sessant’anni è più che raddoppiata (da 150 a 308 milioni di abitanti), senza mai smettere di crescere. Durante la presidenza di Joe Biden l’immigrazione netta era superiore a 2,5 milioni di persone all’anno. Poi è arrivato il secondo mandato di Donald Trump con le sue politiche di chiusura e gli Usa stanno per trovarsi di fronte a un momento senza precedenti nella loro storia recente, poiché il 2025 potrebbe diventare il primo anno dal 1950 in cui il saldo migratorio si avvicina allo zero o diventa addirittura negativo.
L’Economist ha definito questa trasformazione “Zero Migration America”, descrivendola come la misura economica più significativa di Trump — persino più dei dazi — perché una tale chiusura all’immigrazione fa cadere uno dei pilastri storici del successo americano. Con Trump gli attraversamenti illegali del confine Usa-Messico sono crollati al livello più basso dal 1970: meno di 9mila ingressi al mese rispetto ai quasi 60mila degli ultimi quattro mesi dell’era Biden. A parte un piccolo gruppo di sudafricani bianchi (e ricchi), quasi nessun rifugiato riesce più a ottenere asilo. I violenti raid dell’Agenzia per il controllo dell’immigrazione (Ice) spingono gli stranieri con qualche documento fuori posto a lasciare il Paese, creando un clima che scoraggia anche i potenziali immigrati legali e qualificati.
Inoltre, a settembre è stata introdotta una tassa abnorme sul visto H-1B per i lavori altamente specializzati: 100mila dollari. Il 71% di quei visti è pensato per ingegneri, scienziati, informatici e matematici; la maggior parte dei quali andava a studenti, ricercatori e neolaureati indiani (la nazionalità straniera più presente nelle università americane, un bacino formidabile per il settore high-tech). Gli Usa concedono circa 130mila visti H-1B ogni anno e Barclays stima che la nuova tassa ridurrà quegli ingressi di almeno un terzo.
La caratteristica più originale e controversa della chiusura di Trump all’immigrazione è che — a differenza della maggior parte dei politici di governo dell’Occidente che condividono idee simili — maltratta quasi allo stesso modo gli immigrati con alte e basse qualifiche, distruggendo l’immagine dell’America come Paese delle opportunità.
Basti ricordare che negli Usa quattro ceo delle cosiddette ‘magnifiche sette’ del mercato azionario (Alphabet, Amazon, Apple, Broadcom, Meta, Microsoft, Nvidia) sono persone nate in altri Paesi e diventate americane; tre di loro entrarono con gli stessi visti e percorsi accademico-professionali che la Casa Bianca ha messo nel mirino. Oggi più del 40% di chi prende un dottorato scientifico o ingegneristico negli Usa è nato all’estero e la quantità di stranieri che lavorano nelle startup o nelle società all’avanguardia è di fatto incalcolabile. Ma questo vale praticamente in tutti i settori: l’economia statunitense ha un continuo bisogno di nuovi immigrati, a ogni livello.
In campagna elettorale Trump ha beneficiato dell’indignazione provocata dal modo (pessimo) in cui Biden aveva gestito gli ingressi illegali alla frontiera con il Messico, ma ora la percezione sta cambiando. Secondo un sondaggio di Gallup pubblicato a luglio, il 79% degli americani afferma che l’immigrazione è in generale «una buona cosa per gli Usa», il consenso più alto mai registrato. Il problema è che, al di là dell’affidabilità delle indagini demoscopiche, ormai è tardi per invertire la rotta tracciata da Trump.


