Intrappolati in Cina
A complicare le relazioni tra Stati Uniti e Cina si è aggiunto un altro elemento di tensione. In base a quanto riportato inizialmente dal Washington Post e confermato soltanto ora dal Dipartimento di Stato americano, il 14 aprile a un cittadino statunitense è stato impedito di lasciare la Repubblica Popolare e da allora è intrappolato nel paese. La sua identità non è stata rivelata ma si tratta di un americano di origini cinesi recatosi nel Sichuan per visitare i parenti. L'uomo è un funzionario del Dipartimento del Commercio impiegato nell'Ufficio brevetti e marchi, non è chiaro con quali mansioni e livello di responsabilità.
Secondo le fonti del South China Morning Post, l'americano è stato arrestato per «azioni ritenute dannose per la sicurezza nazionale». Dopo una settimana di detenzione è stato rilasciato ma rimane sottoposto al controllo delle autorità, mentre l'Ambasciata Usa cerca da mesi di chiarire la sua posizione. Non si tratta di un caso isolato. Il dipendente del Dipartimento del Commercio è soltanto uno di una dozzina di cittadini americani bloccati dal “divieto di uscita”, una pratica che Pechino usa da anni. Le vittime sono spesso — ma non esclusivamente – cittadini stranieri di origine cinese o cinesi che hanno preso un'altra cittadinanza.
Alcuni vengono accusati di attività ostili che sfiorano lo spionaggio, altri finiscono intrappolati in una ragnatela di controversie legali tra imprese o in indagini su casi criminali. Questa pratica è per certi versi paragonabile alla “diplomazia degli ostaggi” usata dalla Russia e dall'Iran, che consiste nell'arrestare cittadini stranieri con accuse strumentali per usarli come moneta di scambio in trattative per liberare spie o altre persone detenute all'estero.
Pechino fa però un uso meno spregiudicato di questo genere di operazioni: la sua tattica è molto più sottile e gli obiettivi sono totalmente diversi. Visto il profilo delle persone coinvolte è presumibile ipotizzare che si tratti di spionaggio industriale o di raccolta di informazioni per risolvere controversie tra Stato e imprenditori legate alle imperscrutabili dinamiche di potere interne alla Repubblica Popolare. Nel 2024 un alto dirigente del colosso finanziario giapponese Nomura, Charles Wang Zhonghe, è stato costretto a restare in Cina per mesi prima che gli venisse consentito di partire.
Wang era stato arrestato nel contesto dell'indagine sulle attività di Bao Fan, fondatore della banca d'investimento China Renaissance. Essendo una questione risoltasi attraverso la mediazione riservata tra una società privata e le autorità cinesi, non sono state rivelate le ragioni né la data esatta del rilascio e nessuno ha più parlato di questa storia. La scorsa settimana la multinazionale dei servizi finanziari Wells Fargo ha sospeso tutti i viaggi in Cina dopo che una sua dirigente di Atlanta, Chenyue Mao, è stata trattenuta dalle autorità di Pechino a causa di un'indagine su un caso criminale (non specificato) ed è bloccata nel paese. Anche Mao è un'americana di origini cinesi.
Negli stessi giorni un dirigente giapponese di una casa farmaceutica è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere, senza che venissero rivelate pubblicamente le prove contro di lui. Tutto ciò pesa sulla capacità della seconda economia del mondo di continuare ad attrarre imprese, imprenditori e capitali stranieri. I dati del primo trimestre rivelano che gli investimenti diretti esteri (Ide) in Cina sono scesi al livello minimo degli ultimi quattro anni, confermando il trend negativo aggravatosi con il crollo del 2023 e poi proseguito con il calo del 2024.


