L'apprendista cinese
Per decenni le aziende occidentali hanno visto nella Cina che si apriva alla globalizzazione un mercato da conquistare e una prateria per la manifattura a basso costo. Per un lungo periodo le cose sono andate effettivamente così, in quanto trasferire produzione nella Repubblica Popolare significava diventare più competitivi e aumentare i profitti. Le imprese americane ed europee avevano però frainteso la transazione: pensavano di aver trovato un bravo appaltatore, mentre Pechino sapeva che i suoi imprenditori stavano facendo un prezioso apprendistato. Adesso la Cina è in grado di mettere all'angolo anche le società straniere più sofisticate, come Tesla e Apple.
Per i manager che hanno passato tanto tempo nel paese la dinamica è familiare. È il caso della Motorola, ex colosso statunitense dell'innovazione nelle telecomunicazioni, che nei primi anni Novanta investì nel nascente mercato mobile cinese sia per la vendita di prodotti in loco che per le esportazioni. Ma le condizioni di Pechino erano chiare. In base alla politica “tecnologia in cambio del mercato” introdotta dal presidente di allora Deng Xiaoping, le aziende occidentali che andavano in Cina erano obbligate a formare joint venture con partner locali.
Come racconta un ex dirigente della Motorola al Wall Street Journal, la società è stata al gioco e ha fatto molto di più che costruire semplici impianti di assemblaggio: ha trasferito tecnologia avanzata, creato centri di ricerca e sviluppo e addestrato legioni di ingegneri cinesi ai suoi elevati standard di produzione. Tra gli apprendisti c'era il personale di un'azienda appaltatrice nata nel 1987 chiamata Huawei. All'inizio degli anni Duemila la Motorola già vendeva in tutto il mondo con il proprio marchio — e quindi a prezzo pieno — le apparecchiature di rete prodotte in Cina dalla Huawei.
Ma poi la partnership è diventata meno vantaggiosa. Pechino, determinata a promuovere la società destinata a diventare il colosso globale dell'high-tech che è oggi, ha iniziato a fare pressione sulla Motorola affinché adottasse gli standard della Huawei. Fu l'inizio della fine. Nel 2011 la Motorola è stata smembrata e, infine, la sua divisione principale è stata acquisita dalla Lenovo, un altro campione dell'high-tech cinese. Nel frattempo, mentre la Motorola veniva spazzata via, alla Apple venivano stesi i tappeti rossi.
Il colosso di Cupertino non si è limitato a localizzare in Cina la produzione degli iPhone ma ha creato una supply-chain tra le più sofisticate del pianeta, istruendo la taiwanese Foxconn e le cinesi Luxshare e Byd Electronic alla produzione dei suoi device. Il problema è che le competenze della Apple venivano acquisite dagli appaltatori. I produttori cinesi di smartphone — Huawei, Xiaomi, Oppo, Vivo — sono nati grazie all'ecosistema creato dalla Apple, che ha addestrato i suoi concorrenti e, soprattutto, i marchi che hanno conquistato gran parte dei segmenti di mercato al di sotto degli iPhone.
Nel 2019 Elon Musk guardava meravigliato la nuova gigafactory della Tesla a Shanghai, dichiarando soddisfatto: «La Cina è il futuro». Oggi la sua società sta imparando la stessa lezione appresa dalla Motorola e dalla Apple: la Cina è il futuro che potrebbe fare a meno di te. La Tesla sta perdendo terreno e quote di mercato rispetto ai concorrenti cinesi — come l'ormai nota Byd Auto — che ha contribuito a far crescere. Musk e i ceo delle altre aziende occidentali stanno scoprendo che in Cina il tempo dell'apprendistato a un certo punto finisce e l'allievo diventa il nuovo maestro, che indica al vecchio ospite la direzione della porta di uscita.


