L'arretramento di Telegram
Il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha rinunciato a tutte le sue ambigue promesse sulla presunta autonomia e riservatezza della nota piattaforma di messaggistica, cambiando i termini di servizio e comunicando la disponibilità a collaborare con i governi. D'ora in poi Telegram consegnerà alle autorità giudiziarie di tutti i paesi che lo chiederanno gli indirizzi Ip e i numeri di telefono degli utenti coinvolti in procedimenti legali. L'annuncio segna un netto cambio di atteggiamento da parte di Durov, che ad agosto è stato arrestato dalle autorità francesi subito dopo l'atterraggio a Parigi del suo jet con l'accusa di essere complice delle attività illegali tollerate da Telegram.
Da allora, dopo aver pagato una cauzione di cinque milioni di euro, il magnate 39enne russo non può lasciare la Francia e deve recarsi in una stazione di polizia due volte a settimana. A cambiare è anche la privacy policy, che invita gli utenti a segnalare i contenuti illegali affinché i moderatori di Telegram possano identificarli e rimuoverli. In un post sul suo account Durov ha spiegato che le modifiche hanno lo scopo di “dissuadere i criminali dall'abusare delle funzioni della piattaforma per attività illegali”.
Al di là dell'esito dell'indagine francese, il nuovo atteggiamento del creatore di Telegram ha il sapore di una resa — quasi di un'ammissione di colpa — dopo anni in cui Durov ha difeso la sua posizione di totale indisponibilità a collaborare con le autorità giudiziarie e con i governi in nome della privacy degli utenti.
“Preferisco essere libero invece che prendere ordini da qualcuno” aveva affermato ad aprile con tono sprezzante in un'intervista al propagandista trumpiano Tucker Carlson. Un modo di fare che al momento del suo arresto ha scatenato un dibattito distorto sul futuro della libertà di parola su Internet, con dichiarazioni infuriate di Mosca e una levata di scudi sostenuta da personaggi del calibro di Elon Musk, accompagnata dall'ennesima ondata d'indignazione e anti-occidentalismo sui social network.
Ma rivelare alle autorità di polizia giudiziaria l'identità degli utenti sospettati di compiere attività criminali non ha nulla a che vedere con la privacy né con la libertà d'espressione. Volendo fare un esempio, è come se una compagnia telefonica si rifiutasse di consegnare alle autorità i tabulati dei clienti coinvolti in un'indagine. La corsa ai ripari di Durov dimostra tutta l' arbitrarietà della posizione sostenuta fino a poche settimane fa e la fragilità di un sistema che basava la sua promessa di riservatezza sulla volontà di un singolo uomo, non sulla solidità di un'infrastruttura di cyber-sicurezza.
La famosa privacy inviolabile di Telegram era infatti legata alla decisione del suo creatore di non volere rivelare a terzi le informazioni sugli utenti, mentre dal punto di vista tecnico-informatico non ha mai offerto una reale garanzia di protezione, poiché i dati scambiati sulla piattaforma sono per la stragrande maggioranza in chiaro, non criptati. Questo significa che Telegram adesso potrà fornire non soltanto indirizzi Ip e numeri di telefono, ma anche l'intero contenuto delle conversazioni.
Informazioni quest'ultime che altri sistemi di messaggistica — come WhatsApp e Signal — non potrebbero rivelare neanche volendo, in quanto privi dell'accesso a quei dati in chiaro. Chiedersi cosa ne sarà ora di Telegram è legittimo. Il potente Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell'Ucraina ha già vietato l'uso della piattaforma ai militari e ai funzionari del governo, ravvisando “gravi rischi per la sicurezza”.


