L'ira di Pechino
Da ieri sono scattati i dazi statunitensi del 125% sulle importazioni dalla Cina, risultato della somma tra l'iniziale aumento delle tariffe e quelli successivi in risposta alla mancata marcia indietro di Pechino, che al contrario ha reagito applicando a sua volta dazi e misure di ritorsione. La guerra commerciale su vasta scala tra le maggiori economie del mondo è cominciata e non sembra destinata a risolversi in poco tempo. Secondo molti osservatori Donald Trump ha sottovalutato la determinazione di Pechino di scontrarsi frontalmente con Washington.
Anche la Cina probabilmente ha coltivato troppo ottimismo nei confronti di Trump, che nelle prime settimane alla Casa Bianca aveva contenuto la retorica anticinese, trasmettendo l'idea di essere pronto ad aprire una trattativa. Tuttavia, i segnali di chiusura totale c'erano già. Da quando è in carica Trump ha parlato con molti leader stranieri (compreso Vladimir Putin) ma non con l'omologo cinese Xi Jinping. Una mancanza di comunicazione tra le parti che non mostra segni di cedimento; pertanto dopo una tariffa a tre cifre quello che ci si aspetta è un ciclo “occhio per occhio” di rappresaglie.
Il governo cinese ha promesso di «combattere fino alla fine» contro i nuovi dazi e ieri ha pubblicato un 'libro bianco' sulle relazioni con gli Stati Uniti: un documento pieno di condanne per la condotta commerciale statunitense, definita di volta in volta «minacciosa», «coercitiva» e «fraudolenta». Nel testo vengono chiamate in causa anche le critiche di Washington alla Cina per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, la repressione a Hong Kong e le accuse di traffico di fentanyl, usate come pretesto per lanciare la guerra commerciale.
Dopo l'ira e le condanne, il “libro bianco” augura tuttavia che le parti possano risolvere le controversie attraverso «un dialogo rispettoso e alla pari, e una cooperazione vantaggiosa per entrambi». In attesa di quel momento, se mai arriverà, la Cina ha reagito portando all’84% la sua tariffa sull'importazione di merci statunitensi e preparato il terreno per le rappresaglie che metterebbero davvero in difficoltà gli Stati Uniti.
La scorsa settimana Pechino ha introdotto alcune restrizioni all'export di minerali critici e terre rare, che dovranno ora passare per la concessione di una licenza del governo. La Cina produce circa l'85% a livello mondiale di queste materie prime così desiderate, poiché indispensabili nei settori della difesa, dei veicoli elettrici, delle energie rinnovabili e dell'high-tech. Gli Stati Uniti hanno soltanto una grande miniera di terre rare; la maggior parte delle forniture straniere provengono dalla Repubblica Popolare, finora molto attenta a non 'militarizzare' queste risorse.
Nel frattempo l'autorità antitrust di Pechino ha avviato un'indagine sulla filiale cinese della DuPont (colosso statunitense della chimica) e su Google, Nvidia e forse la Intel, tutte sospettate di «pratiche monopoliste». Dal modo in cui saranno svolte queste indagini dipende però la credibilità della Cina come destinazione di investimenti stranieri. Gli esperti cinesi sostengono che Pechino è disposta a mettere a rischio il commercio Usa-Cina piuttosto che piegarsi alle intimidazioni di Washington.
Shi Yinhong, consulente del governo cinese e professore all'Università di Renmin, ha detto al “Financial Times” che l'approccio di Pechino non cambierà. «Siamo l'unico paese che ha preso una posizione intransigente in risposta alla guerra tariffaria di Trump» ha spiegato, prevedendo che un nuovo paradigma commerciale globale sarebbe «estremamente svantaggioso per la Cina».


