Nemici per sempre
Dopo l'ultima escalation nella regione contesa del Kashmir — la più violenta da diversi decenni — la tensione fra India e Pakistan è ancora altissima, per di più in un momento di grossa difficoltà per il governo del premier indiano Narendra Modi, che si è improvvisamente ritrovato in cima alla lista dei paesi maggiormente penalizzati dai dazi di Donald Trump. Il capo dell'esercito pachistano, Asim Munir, ha accusato Nuova Delhi di alimentare l'instabilità nella regione, avvertendo che il paese è pronto ad affrontare qualsiasi tipo di aggressione indiana.
Il generale Munir è considerato l'uomo più potente del Pakistan (più del primo ministro Shehbaz Sharif e del presidente Asif Ali Zardari), una figura che ormai ha l'ultima parola su tutte le decisioni di politica estera e interna. Munir ha fatto le sue affermazioni lo scorso venerdì mentre era in Florida a una cena a porte chiuse con la diaspora pachistana, una tappa della sua seconda visita negli Stati Uniti in meno di due mesi, dove ha incontrato i vertici militari del Pentagono e pranzato con Trump alla Casa Bianca.
Le sue parole sono state trasmesse alla stampa da funzionari governativi rimasti anonimi, con l'obiettivo di mandare un messaggio all'odiata Nuova Delhi e per rispondere alle indiscrezioni di una testata indiana che domenica aveva riportato di chiarazioni diverse, molto più gravi. In base al retroscena di The Print, Munir aveva detto che il Pakistan era pronto a lanciare missili contro le dighe indiane sul fiume Indo, al centro di una contesa sulle forniture idriche nel Kashmir dopo le minacce del governo Modi.
Un linguaggio condannato dal Ministero degli Esteri indiano, poiché evocava lo spettro di una guerra nucleare fra due paesi dotati di arsenali atomici. Nel comunicato ufficiale il Ministero sottolineava la gravità di fare tali osservazioni in un «paese terzo amichevole» – ovvero gli Usa – nel tentativo abbastanza chiaro di mettere Munir in difficoltà con gli americani. A maggio l'India e il Pakistan hanno avuto il peggiore scontro militare degli ultimi cinquant'anni combattendo con fuoco d'artiglieria, armi leggere, aerei, droni e missili nelle zone lungo il confine non riconosciuto del Kashmir.
Il casus belli è stato un attentato terroristico nella parte indiana del territorio conteso, secondo Nuova Delhi architettato dal Pakistan, che ha respinto l'accusa senza però offrire agli indiani alcuna collaborazione per catturare i responsabili. Il conflitto è durato soltanto quattro giorni ma ha provocato decine di vittime da entrambe le parti, oltre a lasciare diversi interrogativi irrisolti, soprattutto nella parte indiana. Durante la sua visita negli Usa, Munir ha nuovamente elogiato Trump per aver negoziato il cessate il fuoco del 10 maggio.
Secondo Islamabad l'intervento del presidente americano è stato determinante. Al contrario, Nuova Delhi nega costantemente il ruolo della Casa Bianca. Lontano dai riflettori e all'apparenza isolato, il Pakistan finora sembra essersi mosso bene con Trump. È fra i pochi paesi ad aver raggiunto un accordo commerciale con gli Usa, ottenendo una delle migliori tariffe dell'Asia (cosa alquanto scontata, viste le importazioni irrilevanti) e ottenendo investimenti americani nel settore petrolifero e minerario.
Poche ore dopo l'annuncio di dazi del 25% all'India, Trump aveva detto che Pakistan e Usa avevano chiuso un'intesa per sviluppare le riserve petrolifere del paese, aggiungendo che «chissà, forse Islamabad un giorno venderà il petrolio a Nuova Delhi». Pochi giorni dopo all'India è stata imposta una tariffa aggiuntiva del 25% come punizione per i suoi enormi acquisti di petrolio russo.


