Orfani di Teheran
Comunque vada a finire, anche se non venisse rovesciato, il regime di Teheran uscirà dalla guerra con Israele estremamente indebolito, decapitato nelle figure apicali — neanche la Guida suprema Ali Khamenei può considerarsi intoccabile — e attraversato da un clima di caccia alla spia per le infiltrazioni dell'intelligence dello Stato ebraico. Per la Russia e la Cina l'indebolimento dell'Iran rappresenta la perdita di un partner chiave in Medio Oriente, che significa lasciare campo libero al rafforzamento degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali.
La Russia ha già sofferto le conseguenze della reazione israeliana agli attentati del 7 ottobre 2022. La caduta di Bashar al-Assad ha portato alla cacciata degli iraniani dalla Siria e alla ritirata dei soldati russi nelle loro due basi siriane, ora neutralizzate e in via di smantellamento. Se a cadere fosse anche il regime iraniano, la Russia perderebbe l'unico partner privilegiato nella regione. Anche la Cina, che con l'Iran ha una relazione politicamente più discreta, aveva trovato in Teheran una controparte che dava alla sua diplomazia la possibilità di presentarsi come attore costruttivo.
Un ruolo culminato nel marzo 2023 con l'accordo tra Arabia Saudita e Iran mediato da Pechino, che portava al ripristino delle relazioni tra i due paesi dopo la rottura del 2016. Un momento di distensione nel Medio Oriente in cui gli Usa e l'Europa non avevano avuto alcun ruolo, pubblicizzato come la dimostrazione dell'ascesa della Cina a potenza responsabile, portatrice di ordine e stabilità.Le reazioni dei leader di Mosca e Pechino dimostrano tutta la preoccupazione dei due autocrati.
Vladimir Putin si è offerto come mediatore imparziale quando in teoria è un alleato di Teheran che dovrebbe intervenire in suo soccorso (almeno a livello difensivo), mentre Xi Jinping si unisce al coro indistinto dei leader globali che dicono a Israele di fermarsi. Fra le preoccupazioni di entrambi c'è il rischio che l'Iran decida infine di uscire davvero dal Trattato di non proliferazione nucleare, per correre ad assemblare alcune testate nucleari e rivendicare il possesso.
A quel punto la Cina dovrebbe smettere di importare i 2 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano che acquista ora, lasciando quell'economia senza una fonte di entrate in valuta forte. Ciò renderebbe Teheran un attore problematico e incontrollabile per entrambi.
Tuttavia, nel breve periodo la guerra tra Israele e Iran mette la Russia nella posizione di poter sfruttare la situazione. La crisi ha provocato l'aumento dei prezzi globali del petrolio, moderato (circa il 5%) ma sufficiente a invertire il trend negativo del prezzo del greggio russo e, soprattutto, a indebolire la posizione di chi in Europa e nel G7 sta facendo pressione per una stretta delle sanzioni su questo settore.
Secondo Bloomberg il conflitto offre a Putin anche la possibilità di allacciare i legami con Donald Trump proponendosi come il mediatore che può riportare Teheran al tavolo delle trattative, aiutando il Cremlino a mettere in secondo piano la guerra in Ucraina nelle relazioni con Washington. Tuttavia, contare sulla ragionevolezza degli ayatollah è velleitario, anche in un momento in cui in gioco c'è la sopravvivenza stessa del regime.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi si è detto disponibile a riaprire i negoziati ma soltanto per un accordo che consenta all'Iran di arricchire l'uranio in proprio, il che significa permettere a Teheran di restare nell'ambiguità della minaccia nucleare. A queste condizioni per la Casa Bianca non c'è niente di cui discutere.


