Pensionamento cinese
L'invecchiamento della popolazione affligge la maggior parte dei paesi occidentali, ma poche tendenze demografiche sono preoccupanti come quelle della Cina. La seconda economia del mondo si trova di fronte al suo incubo peggiore: «Wei fu xian lao», ovvero la frase cinese che significa «diventare vecchi prima di diventare ricchi». La popolazione della Repubblica Popolare è in declino dal 2022 poiché la politica del figlio unico — invertita solo nel 2016 dopo oltre 35 anni — è ancora radicata nella cultura nazionale e, soprattutto, le giovani coppie ritengono di non potersi permettere più di un figlio.
Nel frattempo una massa enorme di lavoratori sta per andare in pensione. Entro il 2035 il numero di cittadini over 60 supererà i 400 milioni, circa il 29% della popolazione. Di conseguenza il sistema pensionistico, già sotto pressione e a rischio insolvenza, deve affrontare la sfiducia dei giovani lavoratori, che preferiscono fare a meno di versare al piano pensionistico dello Stato il contributo opzionale pari a 200 dollari mensili.
A differenza di quanto avviene nella maggioranza delle economie sviluppate, dove i contributi alla previdenza sociale sono obbligatori, in Cina i lavoratori autonomi o part-time hanno il dovere di contribuire al cosiddetto “Piano pensionistico di base dei dipendenti urbani” , ma soltanto su base volontaria.
Tuttavia, di fronte alle prospettive economiche deludenti, alla sottoccupazione e al crollo del potere d'acquisto decine di milioni di lavoratori giovani (e meno giovani) scelgono di non aderire al piano poiché lo vedono come una privazione del reddito di oggi che non gli sarà restituito un domani.
Attualmente a godere di buone pensioni sono infatti soltanto i dipendenti pubblici e i militari, mentre a loro non è concesso neanche di sapere l'entità del futuro assegno pensionistico né quando inizieranno a riceverlo. In base a uno studio della Chinese Academy of Social Sciences (Cass), senza un intervento aggiuntivo di Pechino questo pilastro del sistema previdenziale — che copre 460 milioni di lavoratori — rischia di entrare in deficit strutturale dal 2035.
La riluttanza dei giovani a contribuire al fondo facoltativo incide anche sulla sostenibilità del piano pensionistico base che copre oltre un miliardo di persone, in una fase della storia in cui le uscite sono destinate a crescere drasticamente per sostenere 20 milioni di nuovi pensionati all'anno per tutto il prossimo decennio, a fronte di un ricambio generazionale insufficiente.
A mettere alla prova il sistema sono anche le imprese private, che spesso tagliano i costi non versando ai dipendenti tutti i contributi dovuti. Secondo un'indagine dello Zhonghe Group — società cinese per la gestione delle risorse umane — condotta su oltre 6mila aziende, l'anno scorso soltanto il 28% di queste era «pienamente in regola» con i pagamenti. In un recente rapporto della società di consulenza Mercer sulla condizione dei sistemi pensionistici, la Cina si è classificata al 31esimo posto su 48 paesi valutati.
Pechino è consapevole dell'entità del problema e a settembre ha allungato l'età pensionabile: da 60 a 63 anni per gli uomini e da 50 a 55 anni per le donne, per una popolazione che ha un'aspettativa di vita rispettivamente di 75 e 80 anni. L'aumento, il primo dal 1978, è entrato in vigore da gennaio scatenando un'ondata di sfiducia e malcontento. La prospettiva di un sistema pensionistico fatiscente, da sostenere tagliando la spesa altrove, si profila come la prossima grande sfida per il secondo paese più popoloso del mondo.


