Rosatom l'intoccabile
L'industria nucleare è uno dei grandi comparti dell'economia russa a non essere stato toccato dalle sanzioni occidentali, senza neanche subire i cambiamenti forzati a cui sono stati costretti i settori del gas e del petrolio. L'attività è monopolio della compagnia statale Rosatom, fondata nel 2007 come erede dell'Agenzia federale per l'energia atomica, che negli anni è riuscita ad assumere un ruolo di rilevanza mondiale costruendo partnership, memorandum d'intesa e progetti in numerosi Paesi del mondo. La società è strutturata per controllare l'intero ciclo di competenze del nucleare, dall'estrazione dell'uranio alla costruzione e al funzionamento delle centrali, fino al trattamento e stoccaggio delle scorie.
Al momento Rosatom sta sviluppando 34 nuovi reattori nucleari in Paesi stranieri (un terzo dei reattori attualmente in costruzione in tutto il mondo) e attraverso le controllate Tvel e Tenex detiene il 38% della capacità globale di conversione dell'uranio e il 46% della capacità di arricchimento.
L'anno scorso la società russa ha inaugurato ad Akkuyu la prima centrale nucleare della Turchia, con la promessa di costruirne altre nel prossimo decennio (la seconda è in fase avanzata di progettazione). Il ruolo di Rosatom varia in base al paese: in Egitto il piano per l'impianto di El Da-baaa ha avuto bisogno degli investimenti aggiuntivi della Corea del Sud, in Bangladesh invece la Russia ha finanziato il 90% del progetto da 12 miliardi di dollari per costruire a Rooppur la prima centrale del paese, mentre i piani per la realizzazione di una centrale in Sudafrica sono stati interrotti da uno scandalo di corruzione che ha coinvolto l'ex presidente Jacob Zuma.
Tuttavia, resta il fatto che diversi Paesi si rivolgono a Mosca per le loro ambizioni nel nucleare civile e non si tratta soltanto del Sud globale. In Europa sono 19 i reattori fabbricati da Rosatom: due in Bulgaria, quattro in Ungheria, cinque in Slovacchia, sei in Repubblica Ceca e due in Finlandia, ognuno dei quali ha una significativa dipendenza dalle forniture russe di combustibile. Nel 2022 il 17% dell'uranio importato dall'Unione europea è stato infatti fornito da Mosca, un dato in calo ma ancora troppo alto. Inoltre, gli altri fornitori di peso dell'Ue sono il Kazakistan (27%) e il Niger (25%), entrambi legati al Rosatom per il suo ruolo nella produzione di combustibile nucleare per conto terzi, come l'arricchimento.
Nel 2022 circa il 30% dell'uranio arricchito importato dall'Europa — e il 24% di quello importato dagli Stati Uniti — è arrivato dalla Russia. Altrove l'instabilità geopolitica, in particolare dopo il colpo di Stato in Niger dell'anno scor-so, ha complicato ulteriormente la situazione. Sottolineando l'influenza russa sulla giunta golpista, alcuni analisti sostengono che una quota pari al 60% della produzione globale di uranio potrebbe finire sotto il controllo della Russia o a Paesi legati alla sua filiera nucleare.
Bruxelles in teoria punta all'indipendenza energetica da Mosca anche in questo settore e Washington vorrebbe introdurre sanzioni, ma si tratta di una sfida molto più difficile dell'affrancamento da gas e petrolio. La dipendenza di molti Paesi dal settore nucleare russo è stata evidenziata da recenti pubblicazioni, meno frequenti sono invece le analisi di come a fronte di un comparto nucleare occidentale volutamente in crisi da decenni la Russia sia riuscita ad affermare la sua leadership, trasformando Rosatom in uno degli strumenti più affilati e inattaccabili della sua diplomazia.




