Scacco alla soia
La trattativa commerciale tra Stati Uniti e Cina non si basa esclusivamente su dossier suggestivi come le terre rare, le alte tecnologie e i chip per l’AI. Una delle tattiche più insidiose di Pechino per mettere sotto pressione Donald Trump è il blocco delle importazioni di prodotti agricoli americani, una delle poche voci di esportazione in cui gli Usa vantano un solido surplus con la Repubblica Popolare. «I coltivatori di soia del nostro paese sono stati colpiti perché la Cina, solo per ragioni “negoziative”, non la sta comprando» ha scritto mercoledì Trump sul suo social personale Truth, promettendo che userà «una piccola porzione» dei soldi incassati con i dazi per aiutare gli agricoltori e che affronterà il problema nell’incontro con Xi Jinping a fine mese, a margine del vertice dell’Asia-Pacifico in Corea del Sud.
La questione è molto seria per la Casa Bianca. Il settore agricolo è un segmento importante della base elettorale trumpiana, non soltanto in termini di voti diretti ma anche per l’idea di America laboriosa e genuina che trasmette al resto dell’elettorato. La Cina è la maggiore destinazione dell’export agroalimentare statunitense — con un surplus che nel 2024 ha raggiunto i 18,3 miliardi di dollari — e gli Usa sono il secondo fornitore, dopo il Brasile. Nonostante i numeri positivi negli ultimi anni, Pechino ha tuttavia ridotto gradualmente le importazioni statunitensi: una reazione ai dazi del primo mandato di Trump. Di fronte alle tariffe e alla retorica di quest’anno, la reazione di Xi è stata però molto più dura e mirata.
Gli importatori cinesi non hanno ancora iniziato a comprare la soia del raccolto autunnale, appena immessa sul mercato. Nel 2024 gli stessi acquirenti assorbirono il 49% di quei raccolti. Per loro non è un problema, dato che negli ultimi mesi la Cina ha già ordinato enormi quantità di soia dal Brasile e da altri paesi sudamericani, assicurandosi il 95% del fabbisogno stimato. Gli Usa vendono e spediscono la maggior parte dei raccolti di soia nel periodo che va da settembre a gennaio, prima che la soia brasiliana venga messa fisicamente sul mercato. Oltre a non aver comprato quasi niente, gli acquirenti cinesi stavolta non hanno neanche prenotato i carichi statunitensi della nuova campagna di raccolti, lasciando molti agricoltori senza un mercato di sbocco.
Al momento non è chiaro se la Cina, infine, comprerà quella soia. Per il settore agricolo statunitense la perdita potrebbe arrivare a diversi miliardi di dollari, pertanto i senatori degli Stati coinvolti temono il peggio e chiedono l’intervento della Casa Bianca.
Su questo fronte Pechino si trova in una posizione di enorme vantaggio rispetto a Washington: nel 2024 i cinesi hanno importato dagli Usa il 20% del loro fabbisogno di soia; nel 2016 la stessa quota arrivava al 41%. Da gennaio a luglio la Cina ha importato almeno 42 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, dagli Usa soltanto 16 milioni. Ciò significa che Pechino può permettersi di concedere a Trump l’immediato aumento degli acquisti cinesi di soia in cambio di una contropartita molto importante, senza dover neanche rinunciare alla strategia di riduzione della dipendenza dalle forniture statunitensi iniziata nel periodo 2017-2021 durante il primo mandato di Trump.
Nell’idea dei trumpiani più realisti, convincere la Cina ad aumentare le importazioni agricole statunitensi è considerato uno degli obiettivi possibili di un accordo ad ampio spettro per ridurre gli squilibri commerciali. Nel 2020 Trump aveva anche firmato un memorandum d’intesa con Pechino che includeva l’impegno ad aumentare le importazioni agricole Usa. La Cina non ha mai rispettato quella promessa.



