Scontro tra americani
Donald Trump sembra pronto a lanciare un conflitto su vasta scala all’interno degli Stati Uniti. Nel fine settimana ha autorizzato l’invio di 300 soldati della Guardia nazionale — la forza militare dei riservisti di ciascuno Stato federato — anche a Chicago, la principale città dell’Illinois, motivando la decisione come una misura per contenere le proteste violente contro i raid dell’Agenzia per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione (Ice). Lo scorso sabato una portavoce della Casa Bianca ha annunciato che il presidente ha autorizzato l’invio delle truppe, dando la colpa «alle rivolte e all’illegalità che i leader locali come J. B. Pritzker (il governatore dell’Illinois, ndr.) si rifiutano di sedare».
Sul piano formale, il compito dei soldati sarà proteggere gli edifici federali e i beni pubblici. «Questa mattina il Dipartimento della Difesa ci ha dato un ultimatum: chiedi l’intervento della Guardia nazionale o lo faremo noi» ha detto il governatore Pritzker. «È assolutamente scandaloso e non americano chiedere a un governatore di schierare i militari nel suo Stato contro la sua volontà». Sabato gli agenti dell’Ice hanno sparato e ferito una donna armata che, a quanto pare, aveva provato a investirli con un’auto. La sparatoria arriva in un clima di alta tensione della popolazione per i raid violenti e intrusivi dell’lce, effettuati da agenti a volto coperto che non risparmiano i cortili dei condomini, le scuole e le attività commerciali.
Dopo Los Angeles, Memphis, Washington e Portland, Chicago è la quinta città in cui sono stati inviati soldati. Le prossime potrebbero essere New York, San Francisco, Baltimora e Cleveland (tutte governate da democratici). Si tratta di decisioni che sfidano i limiti della Costituzione statunitense e sono oggetto di contenziosi legali. L’invio di 200 soldati a Portland è stato sospeso da una giudice dell’Oregon, Karin Immergut, che è anche una giudice federale della Corte per la sorveglianza dell’intelligence straniera (Fisa). Secondo Immergut, la Casa Bianca «ha presentato una serie di argomenti che, se accettati, rischierebbero di offuscare la linea di confine tra il potere civile e quello militare federale, a detrimento di questa nazione».
Un comportamento che, tuttavia è in linea con le parole pronunciate da Trump e dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, nella riunione dello scorso martedì con 800 alti ufficiali delle Forze armate Usa in una base a Quantico. Un evento strano, organizzato con poco preavviso, senza un’agenda chiara. Nel suo intervento Hegseth ha sottolineato l’importanza di «allentare le stupide regole di ingaggio» usate dall’esercito, affermando che bisogna «slegare le mani dei nostri soldati per intimidire, demoralizzare, dare la caccia e uccidere i nemici del nostro paese». Trump ha invece sottolineato la necessità di difendere l’America «all’interno dei confini» e ha detto di voler trasformare le città «in dei veri campi di addestramento per l’esercito».
Dopo l’evento il vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, ha detto che «c’è un vasto e crescente movimento di terrorismo di sinistra in questo paese, ben organizzato e finanziato, protetto da giudici e procuratori generali democratici estremisti. L’unico rimedio è usare ogni potere legittimo dello Stato per smantellare il terrorismo e tutte le sue reti». Miller ha scritto su X che la decisione di Immergut costituisce «una insurrezione giudiziaria» e ha accusato i leader dell’Oregon di condurre un «attacco terroristico organizzato contro il governo federale».
Il messaggio sembra abbastanza chiaro. Resta da capire se Trump ha davvero il consenso delle Forze armate che lascia intendere di avere. Il silenzio dei generali, persino quando l’inquilino della Casa Bianca li incitava apertamente ad applaudire, può essere visto come un segnale incoraggiante. Ma non applaudire fa parte del protocollo militare.


