Stato paralizzato
Negli Stati Uniti prosegue lo shutdown, il blocco delle attività amministrative dello Stato federale che entra in vigore quando il Congresso non riesce ad approvare la legge di bilancio. I parlamentari democratici e repubblicani non stanno facendo passi avanti nel trovare un accordo per sbloccare la situazione e continuano a darsi la colpa a vicenda, entrambi con l’idea di capitalizzare politicamente la rabbia dell’opinione pubblica alle prese con i disagi. Alla Casa Bianca va bene così, almeno per ora, poiché Donald Trump vede nello shutdown uno strumento per portare avanti il suo piano di smantellamento del governo federale.
Il blocco delle attività amministrative è in vigore dal primo ottobre e già da molti giorni è diventato il secondo più lungo della storia del meccanismo (che esiste dal 1976), con buone possibilità di superare la chiusura record di 35 giorni del primo mandato di Trump. In base all’Antideficiency Act, lo shutdown impone il congedo non retribuito del personale dello Stato federale ritenuto «non indispensabile», mentre chi lavora nei servizi essenziali (come il controllo del traffico aereo) continua a farlo normalmente.
Tuttavia, il congedo non viene imposto soltanto ai dipendenti dei musei o dei parchi nazionali ma anche a figure come il personale della Nasa non impegnato in missioni spaziali in corso o ai ricercatori dei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. Quando il blocco dura pochi giorni il problema è relativo, ma superata la prima settimana la faccenda inizia a diventare più grave e complicata. Per consuetudine, quando viene trovato l’accordo sul bilancio che interrompe lo shutdown il Congresso dispone un pagamento retroattivo per i lavoratori rimasti senza stipendio, ma la compensazione non è un loro diritto.
Al momento non s’intravede una via d’uscita. Lo scorso martedì i leader repubblicani del Senato hanno incontrato Trump e riaffermato insieme a lui la determinazione del partito nel rifiutare il negoziato con i democratici, che in cambio dell’approvazione del bilancio hanno chiesto un intervento per dare sollievo ai 22 milioni di americani a basso reddito che, a causa del disegno di legge sul bilancio, da gennaio vedranno crescere massicciamente i costi delle loro assicurazioni sanitarie.
Anche i leader democratici avevano chiesto di incontrare Trump prima della sua partenza per l’Asia, ma il presidente si è rifiutato di ascoltarli sottolineando che non si farà «ricattare». Nel frattempo l’impatto dello shutdown si aggrava. Questa settimana si è allargata la platea di dipendenti in congedo e Washington ha comunicato che potrebbe non riuscire a usare altri cavilli contabili (peraltro potenzialmente illegali) per continuare a pagare i militari.
La Casa Bianca ha inoltre dichiarato che non userà i fondi d’emergenza per finanziare il Supplemental Nutrition Assistance Program (Snap), il piano di sussidi che fornisce aiuti alimentari all’8% della popolazione e che da novembre smetterà di funzionare. Anche il sistema giudiziario ha iniziato a sospendere il personale, rallentando l’erogazione di programmi sociali per i poveri, i disabili e i veterani. I repubblicani tuttavia restano fermi sulla posizione di non negoziare alcuna proroga dei sussidi, né su altro, finché i democratici al Senato non accetteranno di votare la legge di bilancio per far riaprire le attività governative.
Ciò nonostante, per adesso non c’è una pressione tale da far cedere Trump o i democratici, pertanto lo stallo rischia di andare avanti ancora molto a lungo, scaricando le conseguenze sugli americani più fragili.


