Successo senza consenso
Quest’anno l’economia spagnola ha registrato la performance migliore tra i grandi Paesi dell’Eurozona, superando di misura la Francia, la Germania e l’Italia. Ciò nonostante il governo di Pedro Sánchez — alle prese con diversi scandali — non ne ha beneficiato in termini di consenso né di stabilità politica. Secondo le ultime proiezioni, la Spagna chiuderà il 2025 con una crescita del 2,9% (dopo il 3,2% dello scorso anno) e la Commissione europea, in linea con le stime di altri istituti, prevede per il 2026 un’espansione del 2,3%. L’economia tedesca chiuderà invece l’anno con una crescita dello 0,2% (ai limiti della stagnazione), quella francese con uno 0,7% mentre l’incremento del Pil italiano difficilmente supererà lo 0,5%.
Ad alimentare la crescita spagnola è l’aumento degli investimenti e dei consumi nonché un approccio pragmatico e costruttivo all’immigrazione regolare. A settembre le agenzie di rating hanno anche alzato le valutazioni sulla gestione dei conti pubblici da parte di Madrid, confermando tra le grandi imprese e gli operatori di mercato l’idea che quella spagnola sia oggi l’economia più sorprendente e performante d’Europa. Non è però qualcosa di cui restare stupiti: sono risultati che arrivano da lontano. Uno studio di The European House Ambrosetti (Teha) ha rilevato che negli ultimi dieci anni la Spagna ha attirato investimenti diretti esteri (Ide) per un valore di 304 miliardi di euro, circa il 60% in più di quelli arrivati in Italia (191 miliardi).
L’analisi del Teha mostra che gli 856 progetti Ide realizzati da zero in Spagna nel periodo 2015-2024 hanno generato 72mila nuovi posti di lavoro, mentre i 303 avviati in Italia ne hanno creati 40mila. Questo perché il sistema spagnolo risulta più efficiente sul piano giudiziario (le controversie civili e commerciali si risolvono prima), nel quadro regolatorio e per il maggiore dinamismo del mercato del lavoro, nonché per una pressione fiscale più bassa e premiante per le imprese e per i dipendenti. Un ruolo significativo nella crescita degli ultimi anni l’ha avuto il Recovery Fund, che in Spagna ha portato a risultati molto più evidenti rispetto a quanto si è visto in Italia.
Su questo piano il paragone risulta particolarmente duro, poiché per fondi stanziati Madrid è il secondo beneficiario dopo Roma. Tra sovvenzioni da non restituire e prestiti a tasso agevolato la Spagna otterrà in totale 163 miliardi di euro, la quantità di risorse più alta dopo i 191 miliardi assegnati all’Italia. Resta da verificare quanto della spesa del Recovery Fund si tradurrà in crescita strutturale del Pil spagnolo e quanto invece sarà profonda la contrazione al termine del programma nel 2026, preparando il terreno alla resa dei conti tra forze politiche nelle elezioni dell’anno successivo (un’altra similitudine con il caso italiano).
Sánchez governa la Spagna dal 2018 e le sue coalizioni hanno approvato buona parte delle misure economiche di cui sta beneficiando il Paese; tuttavia sia il premier che il suo Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) sono deboli e in crisi di consenso a causa di una serie di scandali gravi, tra cui alcuni casi di presunta corruzione (uno in particolare) interna al Psoe nonché accuse di molestie sessuali. La maggioranza è diventata estremamente litigiosa, mentre i partiti d’opposizione guadagnano consenso: un dato confermato la scorsa domenica nelle elezioni regionali in Extremadura.
Nei prossimi mesi sono previsti altri appuntamenti elettorali: a febbraio si voterà per i governi locali in Aragona, a marzo in Castilla y León e a giugno in Andalusia: tutte regioni dove il Psoe è all’opposizione e viene quotato come il perdente annunciato.


