Talebani a Berlino
Sebbene il governo tedesco non ne riconosca ufficialmente la legittimità, la Germania sta diventando il principale interlocutore dei talebani tra i membri dell’Unione europea. Berlino si rivolge al regime di Kabul per un motivo molto semplice: rimpatriare gli afghani che hanno commesso reati gravi, per dare seguito alla promessa elettorale del cancelliere Friedrich Merz di dare una stretta all’immigrazione e aumentare le espulsioni, segnando una totale discontinuità con le politiche di accoglienza dei governi di Angela Merkel.
Dopo i siriani, gli afghani sono la seconda nazionalità di richiedenti asilo in Germania. In cambio della cooperazione, Berlino sta offrendo al regime di Kabul — riconosciuto formalmente soltanto dalla Russia — ciò che i talebani desiderano di più: la legittimità sulla scena internazionale. Fino a poco tempo fa l’assenza di relazioni diplomatiche tra la Germania e l’Afghanistan ricaduto nel 2021 nelle mani dei talebani aveva rallentato i progetti di Berlino, ma poi qualcosa è cambiato.
A luglio il governo Merz ha permesso a un gruppo di funzionari talebani di essere accreditati nel paese e prestare servizio nei consolati afghani in Germania, diventando il primo Stato membro dell’Ue a farlo. A inizio ottobre il ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, ha annunciato che presto sarebbe stato raggiunto un accordo per «rimpatriare persone in Afghanistan con voli di linea».
Lo scorso venerdì dalla Germania è partito un aereo con 81 afghani che avevano ricevuto un ordine di espulsione per condanne penali, senza fornire alla stampa altre informazioni sulla loro identità. Ad agosto dello scorso anno era decollato un volo simile con una ventina di persone, in una sorta di prova generale. La condotta di Berlino è fonte di critiche e perplessità in una parte dell’opinione pubblica tedesca e nelle istituzioni comunitarie.
Tuttavia, nell’Ue vi sono altri governi interessati ad accordi simili e lunedì anche la Commissione europea ha ammesso, dopo alcune indiscrezioni della stampa, di aver preso contatti con «le autorità di fatto dell’Afghanistan» per avviare «discussioni a livello tecnico» sulle modalità di rimpatrio dei richiedenti asilo afghani a cui viene negato il visto. Il governo Merz vuole porsi alla guida del fronte anti-immigrazione dell’Europa, poiché considera la questione una delle principali fonti di consenso del partito di estrema destra tedesca AfD, quotato nei sondaggi alla pari (a volte sopra) la Cdu dello stesso Merz.
Austria e Belgio vedono nell’approccio di Berlino un modello da seguire, non soltanto per l’espulsione dei condannati ma anche per la sospensione dei ricongiungimenti familiari dei rifugiati e per i respingimenti al confine. Il governo belga ha già dichiarato di voler utilizzare «i legami della Germania con i talebani» (ovvero i consolati) per organizzare dei voli di espulsione congiunti.
Per i talebani l’accreditamento dei propri funzionari in Germania è una chiara vittoria; presto potrebbero issare la loro bandiera sui consolati e Berlino non potrebbe fare granché per impedirlo. Intervistato da una tv tedesca, un portavoce del Ministero dell’Interno afghano, Abdul Mateen Qani, ha detto che i colloqui con le controparti tedesche erano andati bene e si sono svolti in un’atmosfera piacevole.
Allo stesso tempo ha sottolineato che il suo governo è pronto a trattare severamente i rimpatriati. «Gli afghani che commettono crimini all’estero sono, ovviamente, personalmente responsabili delle loro azioni, ma rappresentano il nostro paese» ha detto Qani. «Al loro arrivo in Afghanistan li tratteremo secondo la legge della sharia».


