Vuoti oceanici
Le politiche di Donald Trump stanno rovinando il sistema di alleanze degli Stati Uniti nel Pacifico meridionale, lasciando l'Australia da sola a vedersela con l'espansionismo della Cina in una regione immensa, remota e spopolata, ma non per questo meno rilevante nella competizione strategica. Con la sua rete di rotte marittime, cavi sottomarini, porti in acque profonde e zone economiche esclusive che si estendono a oltre 370 km dalle coste, il Pacifico meridionale è un nodo focale della proiezione di potenza nella regione.
A prima vista la mappa dell'Oceano Pacifico mostra un'enorme distesa di mare con gli Stati Uniti e il resto delle Americhe da un lato, l'Asia orientale e il Sud-Est asiatico dall'altro, le Hawaii al centro e l'Australia e la Nuova Zelanda nella parte meridionale. Ma osservando più attentamente si notano anche una dozzina di nazioni insulari indipendenti disseminate intorno o al di sotto della linea dell'equatore. Di queste soltanto una, la Papua Nuova Guinea, ha una popolazione che supera il milione di abitanti e il loro Pil combinato è di appena 36 miliardi di dollari, la metà di quello della Slovenia.
Tuttavia, la regione è da decenni uno snodo strategico conteso. Nel 1941-45 il Giappone ha combattuto ferocemente contro gli Stati Uniti per il controllo di queste piccole isole. Oltre 80 anni dopo l'importanza di questi potenziali avamposti non è diminuita. Secondo gli analisti militari, se la Cina riuscisse a stabilire basi navali nelle isole del Pacifico potrebbe usarle per pattugliare e bloccare le rotte commerciali, potenziare la sorveglianza di Australia, Nuova Zelanda e Hawaii e, in caso di guerra, lanciare attacchi.
Durante il suo primo mandato il premier australiano Anthony Albanese — uscito vincente dalle elezioni dello scorso sabato — ha fatto grandi progressi nel consolidare i legami di sicurezza occidentali nella regione, ma Trump ha messo tutto a rischio alienandosi i leader locali con dazi sopra il 20-30%, tagli lineari agli aiuti esteri e passi indietro nella lotta al cambiamento climatico (un argomento quest'ultimo molto sentito in paesi dove l'erosione di territorio causata dall'aumento del livello del mare è un problema del presente).
Un vuoto geopolitico che offre spazio a Pechino, che da decenni si interessa alla regione e negli ultimi anni ha ottenuto diversi risultati, all'inizio sul piano commerciale e poi anche su quello diplomatico. L'allarme più forte per Washington e Canberra è arrivato nel 2022, quando Pechino ha annunciato un accordo con le Isole Salomone. I dettagli non sono stati rivelati, ma a quanto pare le navi da guerra cinesi potranno avere un porto sicuro nell'arcipelago situato a soli 2mila chilometri a Nord-Est dalle coste australiane.
A febbraio di quest'anno la Marina cinese ha fatto una grande esercitazione a fuoco vivo nelle acque internazionali fra Australia e Nuova Zelanda, proseguendo poi con un lungo viaggio al largo della costa meridionale australiana prima di dirigersi verso l'Indonesia. Un'esibizione di fiducia nella capacità di proiettare potenza militare lontano dalle proprie coste che non è passata inosservata fra gli alleati degli Stati Uniti nell'Indo-Pacifico.
I governi di Australia e Nuova Zelanda possono colmare di tasca propria la carenza di finanziamenti per gli aiuti, ma da soli non hanno la forza per contenere la Cina né per dare senso alla promessa di far parte a pieno titolo di «un ordine internazionale basato sulle regole»: la risorsa più preziosa delle diplomazie occidentali, anche nella lontanissima Oceania.




